Sesso e non religione

19 Novembre 2009

Camila Raznovich

Sul numero oggi in edicola di “Magazine” Vittorio Zincone intervista Camila Raznovich la quale fa una dichiarazione che, a chi scrive, pare condivisibile:

«In Italia si dovrebbe parlare molto più di sesso nelle scuole. […]
Un’ora di sessualità, fatta bene, mi sembra più utile <di un’ora di religione>. Aiuterebbe a sciogliere dubbi urgenti. Per trovare Dio c’è tutta la vita, per prepararsi ai primi rapporti no».*

Come non darle ragione? I giovani sembrano, tutto sommato, un po’ sprovvisti di fronte alla sessualità. Troppo spesso nessuno dice loro, con sincerità, come affrontare certe situazioni della vita. Troppo spesso, quasi sempre, la conoscenza sulla sessualità è raccogliticcia e frutto di conversazioni sussurrate tra gli amici.

Il sesso, a scuola, non si insegna.
Si insegna religione cattolica. Una religione che definire sessuofobica è poco.

*Vittorio Zincone, Un’ora di sesso al posto di religione, in “Magazine”, 19 nov. 09.


Rilettura di un classico: Il Barbiere di Siviglia

18 Novembre 2009

Leggere i classici era l’invito di Italo Calvino in un celebre scritto; rileggere il classico è l’operazione svolta dal regista Francesco Torrigiani per l’edizione de Il barbiere di Siviglia di Gioacchino Rossigni, andato in scena sabato 14 e domenica 15 ottobre, nell’ambito del Bergamo Musica Festival al Teatro Donizetti.
Calvino scriveva : “I classici sono libri che quanto più si crede di conoscerli per sentito dire, tanto più, quando si leggono davvero si trovano nuovi, inaspettati, inediti”. Per Il Barbiere di Siviglia Torrigiani sceglie un’operazione forte e quasi radicale, la sua infatti diventa una storia di pirati con Rosina che è fatta prigioniera in una rocca e Figaro – bandana in testa – che prende quasi le vesti di un corsaro.
Sul palco i personaggi utilizzano piccole imbarcazioni a vela cavalcando le onde del fiume Guadalquivir (sulle rive del quale Siviglia è costruita).
In scena e nei costumi dominano le tonalità dell’azzurroma l’insieme scenografico per questo nuovo allestimento proposto dal Teatro dell’Opera Giocosa di Savoia risulta a tratti caotico, così come non del tutto amalgamata è l’intesa tra i cantanti e l’Orchestra Sinfonica di Sanremo diretta la maestro Elio Boncompagni.
Lo spettacolo sta dunque cercando ancora un equilibrio verso possibili margini di miglioramento soprattutto in relazioni alle voci che, ad eccezione del Figaro Damiano Salerno, hanno mancato a tratti di decisione e sono sembrate più attenti al loro ruolo di attori.


Omofobicamente antiomofobo

18 Novembre 2009

  Letteralmente “paura” dell’omosessualità, l’omofobia è più che altro un comportamento discriminatorio al pari del razzismo o dell’antisemitismo tanto per intenderci. Chiave di volta del meccanismo discriminatorio sempre e solo una: la diversità. Si discrimina, percependo come non proprio pari, in quanto  diverso appunto, chi portatore di questa o quella caratteristica, finendo nella migliore delle ipotesi per disprezzarlo.

  Il problema insomma sta tutto in quel “diverso” che viene erroneamente percepito in senso negativo, come criticità, ostacolo, menomazione, piuttosto che come risorsa di nuove energie, di ricchezza per sé e per il collettivo, o anche solo come semplicemente alternativo.

  Scandaloso quindi lo spot commissionato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, Ministero delle Pari Opportunità, per sensibilizzare l’opinione pubblica al problema della discriminazione omofobica. Se da un lato infatti lo spot prova a convincere che l’orientamento sessuale altrui non è una questione rilevante, con una sequela di “non importa” in merito a fatti inconsistenti appunto, dall’altro il vero messaggio che questo capolavoro della comunicazione finisce per trasmettere è un messaggio inequivocabilmente discriminatorio, omofobo ma non solo: “Non essere tu quello diverso”.

  Non servono esperti per comprendere che nel biasimare la diversità si lancia un messaggio esattamente contrario alle intenzioni: diversità come comportamento da evitare per non incorrere in condanna sociale, ovvero discriminazione del diverso, ovvero omofobia appunto, ma anche razzismo per esempio.

  Più che una “pubblicità progresso” come la si chiamava una volta, un vero e proprio invito alla regresssione sociale. Un capolavoro degno solo della pessima qualità della nostra rappresentanza politica e, per diretta correlazione, dell’italico  popolo tutto.


L’Italia libera nasce lottando contro il Vaticano

13 Novembre 2009

patti-lateranensi_beltrame

"Uno storico avvenimento. Nel palazzo Lateranense, il Duce e il Cardinale Gasparri firmano l'accordo tra lo Stato Italiano e la Santa Sede". Disegno della "Domenica del Corriere"

Sul “Venerdì” oggi in edicola Curzio Maltese, nell’articolo titolato in modo significativo La crociata (medioevale) per tenere i crocifissi in aula, ha scritto parole illuminate contro coloro che si schierano a favore del crocifisso nelle aule scolastiche dello Stato italiano.
Ha ricordato ai difensori del crocifisso in aula che non è vero che tale simbolo religioso è anche simbolo dell’identità nazionale, in quanto, l’Italia – storicamente – è nata proprio combattendo contro lo Stato pontificio, tenacemente contrario all’unità nazionale.
Tra l’altro, Maltese scrive:
“[...] dall’Unità d’Italia fino al regime fascista i crocifissi sono banditi dalle aule scolastiche come da qualsiasi altro edificio pubblico. Il crocifisso a scuola non è un simbolo della nazione, ma del fascismo”.

Nel 1861 l’unità d’Italia, dunque, si ebbe combattendo contro lo Stato pontificio.
Aggiungiamo che, oggi, per poter avere un’Italia al passo coi tempi, moderna, laica e garante dei diritti di ognuno, è necessario lottare di nuovo contro uno Stato, qual è il Vaticano, che si dimostra giorno dopo giorno essere ottuso e retrogrado.
L’Italia (e chi la governa) deve affrancarsi da una sudditanza culturale e politica nei confronti dei vertici della Chiesa che non ha ragione di esistere.
L’Italia deve tornare a essere un Paese libero!


Arte come Cura: la forza del teatro

9 Novembre 2009

ImmagineDanza di Mia Martini

Danza sul velluto sul cristallo
Del tuo tempo meno bello, e qualcuno con te.

Danza bella donna piccola donna
Distorsione del tempo e qualcuno con te.

Tu danza sul dolore e la danza consumera’
Noi lasciamo che sappia il cielo quello che sa’

Danza e piu’ chiarezza e pudore
E meno rabbia e piu’ amore e’ gia’ qualcosa che va’.

Danza, sulla tua strada che danza
Sulla tua casa che danza se non puoi fare di piu’

Danza sulla tua vita che daaanza
Su tutto quello che manca, se non puoi fare di piu’
Ohhh si, danza. Su tutto quello che manca…danza

Si apre con le parole dell’incisiva canzone di Mia Martini il Simposio organizzato il 5 novembre da Teatro Prova per una giornata dedicata al valore sociale, culturale, riabilitativo e terapeutico del teatro. Il progetto «Teatro buona medicina-azioni sociali delle arti», realizzato da Silvia Barbieri, Oreste Castagna e Ferruccio Graziotto, è stato presentato e condiviso nella mattinata del 5 novembre con i rappresentanti delle istituzioni, della scuola e dell’università, dell’Asl, delle fondazioni e delle associazioni, in Sala Piatti, in Città Alta.
«Questo momento – spiega Silvia Barbieri de Il Teatro Prova – è stato finalizzato a sottolineare e rendere visibili 25 anni di lavoro nei quali il valore dell’arte si è affermato come possibilità di cura e come azione culturale e sociale. Dal 5 al 7 novembre abbiamo creato le condizioni per un’ analisi del valore della messa in rete di progetti che, appunto, usano le arti performative in ambito socio-assistenziale».
I lavori del Simposio tenutosi presso il Teatro San Giorgio, nel pomeriggio del 5 novembre, hanno affrontato a 360 con il valore del teatro Arte che cura attraverso racconti, testimonianze, performance e video di esperienze sociali nei settori della disabilità, della psichiatria, del carcere, della terza età, dell’intercultura, della tossicodipendenza, dell’affido familiare.
Tra gli interventi più incisivi vi è stato quello di Ivo Lizzola, Preside della Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Bergamo : “In questi anni l’esperienza del Teatro come Cura è stata tra le più preziose di quelle sviluppate sul nostro territorio, è stata una componente importante per riuscire a tessere forme di cura tra donne e uomini, generazioni, famiglie in situazioni di difficoltà.
Quando il Teatro entra in dialogo con i disabili, i malati psichiatrici, i carcerati va a curare i paradigmi nei quali sono ingabbiate le istituzioni ospedaliere, carcerari, scolastiche. Il Teatro risana l’ambiente perché si faccia più ospitale e torni alla propria ragione d’origine: quella del non lasciare solo chi è in situazioni di difficoltà. Il Teatro è dunque curativo per le organizzazioni ed è una grande possibilità di incontro tra le persone: danza e teatro danno risposte reciproche del rapporto dei corpi, mettono in comunicazione le anime attraverso il contatto e la gestualità”.
La sera del 6 novembre vi è stata inoltre l’importante anteprima di «Ragazze stupefacenti»: un nuovo spettacolo che affronta il tema della prevenzione verso l’abuso di sostanze stupefacenti. In scena due giovani allieve attrici ospiti della comunità di recupero Casa Aurora di Cologno al Serio. «Obiettivo di questa rappresentazione – sottolinea ancora Silvia Barbieri, curatrice del progetto – è quello di abbattere i muri dei luoghi di cura e di valorizzare l’attore sociale, quelle persone che grazie al lavoro teatrale portano fuori dal luogo di cura la loro realtà e la loro esperienza. Queste persone poi diventano veicolo formidabile per sostenere una cultura che non discrimini il debole e metta al centro il valore della persona». L’iniziativa si è conclusa sabato, sempre al Teatro San Giorgio, con il debutto nazionale dello spettacolo «Raccolti per strada» della compagnia Il Teatro Prova e dell’Associazione Artea Teatro Europa sulla sensibilizzazione al problema degli incidenti stradali.


Osservare e conoscere il Teatro Donizetti

6 Novembre 2009

imagesUna piccola guida per conoscere meglio il cuore sociale della cultura bergamasca. Parliamo di Teatro Donizetti, la guida che Andreina Moretti ha curato per Little Mercury Edizioni, nella collana PetitMuseum: si tratta di un ciclo di agili volumetti (una trentina di pagine, in formato più che tascabile) dedicati a musei, chiese, palazzi e altri luoghi d’interesse storico, rivolti a un pubblico di viaggiatori e visitatori desiderosi di rapide informazioni essenziali. L’opuscolo sulla storica sala cittadina è stato presentato venerdì pomeriggio al Salone Riccardi del Donizetti.
Andreina Morettida sempre vive per e in Teatro, nella sua storia vi sono l’adesione al Teato Tascabile dal 1965, la realizzazione della Biblioteca dello Spettacolo per il Comune di Bergamo, mostre e cicli d’incontri. Memoria storica e soprattutto anima sensibile con sguardo attento, Andreina Moretti è dunque la guida ideale per descrive scorci preziosi e particolari del Teatro DOnizetti.
Il libro PetitMuseum – la cui idea nasce dall’iniziativa dal Teatro Donizetti e dell’assessorato alla Cultura – punta a valorizzare il massimo teatro municipale al di là del pubblico specialistico e della semplice proposta spettacolare. II volumetto (pubblicato anche in inglese) è anche un pregevole saggio architettonico e un piccolo scrigno d’arte visiva.
«Spesso guardiamo senza vedere», ha spiegato Moretti nel corso della conferenza-stampa, a cui hanno presenziato anche l’assessore Claudia Sartirani e, fra il pubblico, il nuovo consulente alla stagione di prosa, Luigi Ceccarelli. «Questa piccola guida – prosegue Moretti – vuole offrire uno stimolo a conoscere meglio ciò che ci circonda». Così Teatro Donizetti ripercorre velocemente la storia del teatro cittadino, che ben rispecchia la storia della città. E, al tempo stesso, focalizza l’attenzione sulle opere che esso contiene, come l’affresco sul soffitto della platea di Francesco Domenighini o il dipinto di Alberto Maironi in Salone Riccardi.


Giorgio e il drago: danza e componente educativa

29 Ottobre 2009

giorgio-e-il-drago2-per-la-La danza come possibilità di esprimere emozioni attraverso il corpo, come linguaggio di comunicazione: è questa l’idea che ha accompagnato la coreografa Simona Bucci nella costruzione dello spettacolo Giorgio e il Drago, inserito nell’ambito del Bergamo Musica Festival Gaetano Donizetti 2009 (andato in scena il 28-29 ottobre per centinaia di bambini delle scuole primarie e il 28 sera per il pubblico cittadino).
Con i tre protagonisti Roberto Lori, Carmelo Scarcella e Chiara Cinquini, la coreografa ha cercato di elaborare un insieme teatrale volto ad avvicinare i bambini al mondo della danza non intesa come coreografia classica ma, come la intendeva Alwin Nikolais maestro della Bucci, come arte del movimento, in uno spazio in cui si possano incontrare tutte le forme di movimento senza gerarchie, ma distinte solo per differenza di stile.
La vicenda si apre con gesti avvolgenti e luminosi dei tre danzatori, dotati di piccole fonti luminose a decorazione delle mani, che li rendono simili a lucciole.
Il bosco prende vita e dà inizio alla storia di San Giorgio e il drago, riletta in chiave antieroica, con un protagonista pieno di difetti e vulnerabile. Giorgio, uno dei tre personaggi, è pigro, mangione, pauroso, imbranato. Gli elementi che lo accompagnano sono simboli delle sue prerogative: una coperta, un cuscino, un vaso da notte, un cucchiaio e un coperchio.
Al contrario l’amica Meda è curiosa e vivace, sempre pronta ad esplorare la realtà che la circonda. La vicenda racconta di un bosco in cui si nasconderebbe il drago e che Giorgio non ha nessuna voglia di perlustrare. Un urlo di Meda però lo costringe ad andare in suo aiuto, con l’appoggio dell’asino Gaso, che trasforma gli oggetti della sua debolezza in elementi per prepararsi a difendersi e attaccare. L’insieme tra movimento, luci e musica è battente, ipnotico, quasi allucinante in un vortice che vuole mettere in evidenza le paure da superare; forse impegnativo per un pubblico indicato dai 6 anni, ma frutto di una riflessione teatrale e coreografica.
L’epilogo è un modo per riflettere sulla possibilità di trasformare le nostre debolezze in punti di forza, una volta riconosciuti e accettati.
La musica originale è di Paki Zennaro, sulla scena con chitarra e sintetizzatore e ha forti sfumature orientali.

Giorgio e il drago
Liberamente ispirato a San Giorgio e il drago

coreografia e concezione scenica Simona Bucci
con Roberto Lori, Milo Scarcella, Frida Vannini
musica originale Paki Zennaro
costumi Massimo Missiroli
disegno luci Andrea Margarolo
scenografia Angelo Linzalata

Simona Bucci, già direttore artistico e coreografa della Compagnia Imago, fondata a Firenze nel 1983, nel 2002 fonda la Compagnia che prenderà il suo nome.


Leggiadre cromie dall’antica roma

22 Ottobre 2009

01bNon bisogna togliere il merito a studios (o ludus) vissuto in età augustea, che per primo inventò l’assai leggiadra pittura delle pareti raffiguarndovi ville, portici e tenui passeggiate, boschetti sacri, colline, fiumi, spiagge, secondo i desideri di ognuno, e in quell’ambiente ambientò vari tipi di persone che passeggiano o navigano, oppure che si distinguono per terra verso ville su asinelli o carri, oppure che pescano o cacciano o anche vendemmiano.
Tra i suoi soggetti compaiono anche delle nobili dimore di campagna, raggiungibili attraversando una palude, e delle donne prese il collo da trepidi facchini, e mostra moltissime altre forme simili, rappresentante con squisita grazia.
La stessa pittura cominciò poi a dipingere città marittime
su muri all’aperto, opere di bellezza inaspettata e costate pochissimo”
Plinio il Vecchio, La Storia Naturale, XXXV, 116

Il mondo antico era un mondo colorato, capace di riprodurre eventi storici, mitologici ma anche aspetti della natura e della vita quotidiana, usando realismo e poesia. I monumenti pubblici e le statue erano tutti policromi e i marmi quasi sempre colorati: il bianco era sempre inserito nell’ambito di un complesso gioco cromatico. Sculture e stucchi erano dipinti spesso con incantevole e fresca vivacità: è, invece, diventato un luogo comune identificare il “classico” con la trasparenza dei marmi bianchi.
Il tempo cancella i colori, polverizza il legno, leviga e sottrae, mentre restano la pietra e il marmo sbiancato. Della pittura di decorazione di edifici e ambienti, invece, si è conservato relativamente poco. Così come poco o nulla di quella su legno. E per questo facciamo ancora fatica a pensare il mondo antico come “a colori”.
Nemmeno la scoperta di Pompei e di Ercolano, nella metà del ‘700, ha reso evidente il concetto di colore nell’arte classica. Sotto l’influsso di una lettura “classicistica”, spesso accademica, l’arte antica tra la fine del Settecento e i primi decenni dell’Ottocento ha continuato a essere pensata come l’arte delle statue in marmo bianco. Ma quest’idea è lontana dalla realtà storica e, inoltre, per i Romani, come per i Greci, l’arte vera era la pittura, non la scultura: questa esposizione ce lo racconta.
Roma. La pittura di un Impero è una mostra che documenta e disegna lo sviluppo della pittura romana nei secoli: nata all’insegna di un forte elemento di continuità con l’arte greca e diventata, a sua volta, modello ispiratore per i secoli successivi.
Alle Scuderie del Quirinale, il pubblico può rendersi conto di quanto fosse alto il livello qualitativo della pittura romana e, nelle numerose analogie come nelle altrettanto numerose divergenze, potrà capire il rapporto tra l’antico e il moderno, a partire dalle tecniche adottate dalla pittura europea: dal Rinascimento in poi, fino a quelle usate dagli Impressionisti: tutte di evidente derivazione antica.
I pittori romani, infatti, come i nostri moderni impressionisti, usavano una pittura rapida, a macchia, giocata su tocchi di colore che sottintendevano una visione ‘distanziata’ perché basata su un’interpretazione soggettiva, e ottica, del vero. Non solo questa tecnica è già presente in epoca romana, ma il livello qualitativo di alcuni affreschi, per la freschezza del loro linguaggio, sembra anticipare soluzioni artistiche del periodo compreso tra il Cinquecento e l’Ottocento.
Sul fronte delle divergenze, invece, si dovrà osservare la diversa concezione spaziale alla base della visione del pittore romano. Scarsamente interessati al sistema di prospettiva lineare a fuoco unico “inventata” dagli architetti italiani nei primi decenni del Quattrocento, i romani distribuivano gli oggetti nello spazio liberamente, senza rigide costrizioni prospettiche. In tal modo non esiste fusione tra spazio e oggetti, che sembrano essere disposti l’uno a fianco dell’altro, o l’uno sopra l’altro, lasciando l’impressione di una certa instabilità dell’immagine.
Scenografie parietali, paesaggi bucolici e agresti, vedute di ville e di santuari rurali popolati da figurine che ricordano i presepi napoletani, vedute di giardini: sono questi i soggetti della prima parte dello mostra, seguiti da una scelta di raffigurazioni pittoriche della mitologia greca. Amore e Psiche, Polifemo e Galatea, Ercole e Telefo, Perseo e Andromeda: alle raffigurazioni di questi personaggi dell’immaginario mitologico greco – che tanta importanza ebbe nella cultura figurativa imperiale romana – si affiancano le bellissime rappresentazioni di aure (le rappresentazioni dei Venti), ninfe, menadi e satiri librati in aria, come sospesi nel vento che muove i loro panneggi, ma anche scene di vita quotidiana, immagini erotiche e nature morte che ne costituiscono la seconda parte.
Un capitolo a parte merita la sezione finale sulla ritrattistica. Per la prima volta in Italia si possono ammirare, in confronto diretto, alcuni esempi di ritrattistica ad affresco, a mosaico o su vetro, rinvenuti direttamente in Italia, accanto ai più celebrati ritratti a ‘encausto’ (vale a dire a cera fusa su tela di lino o tavola di tiglio) dell’oasi egiziana di El Fayyum. E se l’accostamento è illuminante per documentare la perfetta continuità del genere del ritratto, il visitatore sarà rapito da quegli occhi spalancati, da quella vita profonda e dal senso di enigmaticità che sempre ci tramandano i volti anonimi ritratti di ogni epoca. Questi, ancora più segreti e pieni di mistero perché l’arte romana è un’arte senza nomi.
Era fortissimo, infatti, il disprezzo per coloro che svolgevano attività a base artigianale, e in questa categoria rientravano anche gli scultori e i pittori, dei quali si potevano ammirare le opere ma senza nascondere la scarsa considerazione nei confronti del loro rango sociale. Basti ricordare il caso di quel Gaio Fabio Pittore, nobile di nascita, ricordato da Valerio Massimo per essersi ‘abbassato al ruolo di artista’, uno dei pochissimi nomi a noi pervenuti: buona parte della produzione pittorica romana è composta da capolavori di artisti ignoti.
La mostra delle Scuderie vuole anche ribadire che per “pittura romana” si intende un’arte che va oltre alle testimonianze, sia pure straordinarie, di Pompei ed Ercolano (distrutte dall’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C., durante il principato di Tito): è anche l’arte di un Impero fotografata al massimo della sua espansione sotto i regni di Domiziano, Traiano, Adriano e Marco Aurelio. Quando si parla di un’arte dell’impero romano non ci si può limitare al periodo di vita di due città campane: si deve andare fino alle soglie del tardo-antico, all’epoca degli ultimi grandi principi dell’impero romano, Costantino e Teodosio.
Gli oltre cento, straordinari, pezzi di perfetta eleganza e raffinatezza che arrivano dai più importanti siti archeologici e musei del mondo, tra cui il Louvre, il British Museum, gli Staatliche Museen di Berlino, l’Antikensammlung di Monaco, il Liebighaus di Francoforte, il Museo dell’Università di Zurigo, ma anche il Museo Archeologico di Napoli, gli Scavi di Pompei, il Museo Nazionale Romano e i Musei Vaticani, intendono dare un quadro il più ampio possibile della “pittura romana” in un’ottica sapiente, capace di aprire lo sguardo ad un modo più intenso, fresco ed emozionante di guardare l’antico.
Questo sguardo fortemente emozionale rivela tutta la sua forza, e il senso del suo mistero, anche grazie all’allestimento di Luca Ronconi e Margherita Palli che, dopo “Cina. Nascita di un Impero”, tornano ad occuparsi di una grande mostra alle Scuderie del Quirinale: alla scoperta della pittura nell’arte antica Roma.
L’esposizione è Sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica Italiana.
Curata da Eugenio La Rocca con Serena Ensoli, Stefano Tortorella e con Massimiliano Papini, la mostra racconta il ruolo centrale della pittura nella società civile romana, sottolineandone l’originalità e superando il concetto acquisito di una sua dipendenza passiva dall’arte greca. Ne risulta così evidenziata la linea di sorprendente continuità con la cultura figurativa moderna, a partire dal Rinascimento.

La pittura di un Impero
Dal 24 settembre 2009 al 17 gennaio 2010 il fasto del colore dell’Antica Roma
nell’allestimento di Luca Ronconi e Margherita Palli
Scuderie del Quirinale.
Il catalogo “Roma. La pittura di un Impero” è pubblicato dalle edizioni Skira, che è anche sponsor dell’esposizione, e curato da Eugenio La Rocca. Testi di Serena Ensoli, Stefano Tortorella, Massimiliano Papini, Barbara Bianchi, Barbara Borg, Stefano De Caro, Jaç Elsner, Andrew Wallace-Hadrill, Paul Zanker.


Per L’elisir d’amore un piacere estetico

19 Ottobre 2009

elisir_amore1B-%20jean-honore-fragonard-i-fortunati-casi-dell-altalena-1766-londra-wallace-collection Un piacere estetico, un sottile e raffinato gioco tra la pittura del XVIII secolo e la musica di Gaetano Donizetti, tra le parole del libretto di Felice Romani e la moda del primo ‘800, tra delicate cromie e rimandi all’elegante letteratura del tempo: è questo che conquista nella nuova produzione de L’elisir d’amore andato in scena al Teatro Donizetti di Bergamo, venerdì 16 ottobre e domenica 18, per il Bergamo Musica Festival.
Sulla scena i personaggi indossano costumi nobili e leggiadri di primo Ottocento, alla Jane Austen di Ragione e Sentimento oppure di Orgoglio e Pregiudizio: Francesco Bellotto, alla regia con l’assistenza di Piera Ravasio e con i costumi di Francesca Aceti, non sceglie la tradizionale ambientazione agreste ma ambienta la vicenda nel giardino della fattoria di Adina, una villa con parco elegante all’inglese in clima aristocratico, come la bella e capricciosa protagonista femminile vanamente amata da Nemorino.
Il tutto tra gli sguardi dei soldati del reggimento di Belcore, vestiti con stile di taglio napoleonico, che in un fare giocoso possono persino ricordare il cinematografico Capitan Uncino di Dustin Hofmann in un Peter Pan di qualche anno fa.
La scena si apre con un’altalena in mezzo al palco e subito, sulla destra, appare il rimando alla celebre I fortunati casi dell’altalena del pittore francese J. Honore Fragonard (1766). A seguire, tra le chiare e radiose cromie dei costumi, gli sfondi e i gesti degli attori ci riportano anche ai dipinti di Pompeo Batoni, Chardin, e non ultimo al L’imbarco per Citera di Watteau quando, verso la fine del I atto, il coro e i cantanti principali si voltano di spalle e guardano in un’atmosfera tra il melanconico e il sospeso l’orizzonte lontano.
Raffinata l’ambientazione nel giardino all’inglese, capace di unire il gusto del rudere e per una natura apparentemente selvaggia a qualche residuo di disciplina architettonica dei giardini all’italiana.
Letterario il rimando della siepe ingabbiata che ci riporta al verso leopardiano de L’Infinito “…che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude”.
Le danzatrici dai capelli ondulati e le movenze sinuose, avvolte in costumi-peplo color fuoco, sono quelle delle pittura che Canova elabora per studiare la tematica delle Tre Grazie e de Le Danzanti, mentre il Dulcamara dal parruccone grigiastro, la blusa bianca dai ricchi pizzi e la fusciacca bordeaux ricamata d’oro ci riporta agli occhi i risultati della grande pittura di Fra Galgario.
Il regista non scorda nemmeno la storia del Teatro e nella scelta delicata di inserire la magia delle lucciole nel II atto, ed in particolare nel cruciale momento della romanza Furtiva lagrima cantata da Nemorino, utilizza l’espediente che nel ‘700 a Venezia animava i teatri d’opera e di commedia creando le basi per la storia del cinema (documenti e ricostruzioni presso Museo del Cinema di Torino, I piano).
Un allestimento non comune, nuovo eppur rispettoso, che in GIappone nei mesi invernali verrà proposto nel corso della tournèe internaizonale del Bergamo Musica Festival.Imbarco_per_Citera


La Traviata e Mariella Devia

5 Ottobre 2009

traviata3E’ un’edizione de La Traviata che si ricorderà soprattutto per le voci e l’interpretazione (nella prima rappresentazione) del grande soprano Mariella Devia, quella andata in scena nell’ambito del Bergamo Musica Festival venerdì 2 e domenica 4 ottobre. L’Opera, che dopo la Linda di Chamounix al Teatro Sociale, ha inaugurato anche al teatro Donizetti la Stagione lirica 2009-2010, si ricorderà soprattutto per le voci. Devia è stata ineccepibile nelle estreme difficoltà richieste dal suo ruolo nel I atto; coinvolgente nelle effusioni intense e vivide – da soprano drammatico – del II atto; struggente nel III. Valido anche il resto del cast con il tenore spagnolo Antonio Gandia, ben sposato con la Devia soprattutto nei duetti, e ottima la prova del baritono Luca Salsi nel ruolo di Giorgio Germont, il padre di Alfredo, il motore di tutta la tragedia dei due giovani e di Violetta in particolare. Valutazione positiva e rassicurante per la Fondazione Donizetti che porterà questa Traviata in tournèe in Giappone nel mese di gennaio insieme a L’Elisir d’amore, che vedremo a Bergamo il 16 e 18 ottobre. L’allestimento si è incentrato sulla scelta eclettica, così come è la sua formazione, del regista veronese Paolo Panizza e il suo lavoro di supervisione ha ricordato molto l’allestimento che elaborò per I Puritani della scorsa stagione. Un linguaggio con numerosi rimandi interni alla propria produzione; dall’acconciatura rosso-bionda della protagonista, all’uso piramidale delle comparse nelle scene affollate, alle decorazioni marcate negli arredi e nei costumi. Nessuna trasgressione per questa Traviata, che Panizza ha deciso di spostare in avanti come allestimento cronologico con l’intento di rendere la protagonista più vicina ed attuale al pubblico. Una scelta non errata, ma forse resa eccessivamente complessa dalle troppe sovrapposizioni di stili poste in scena da Italo Grassi: i paraventi orientaleggianti rimandavano alla Parigi degli anni ’70 dell’800 e alla pittura impressionista che trasse spunti preziosi dall’arte giapponese, mentre i fondali con sagome femminili in puro stile Liberty spostavano in avanti l’orologio del tempo creando alcuni passaggi non del tutto scorrevoli. Positivo in ogni caso il risultato complessivo che ha portato alla luce le sfumature di quest’opera verdiana dove Violetta è una donna-icona, ambita e poi abbandonata da tutti: incorniciata nel tondo multifunzionale presente in tutte le scene come una cornice dai momenti di festa, al letto di morte a conclusione del dramma.


L’affilata pazzia di Linda di Chamounix

16 Settembre 2009

linda 2

L’affilata luce grigia che batte sui tetti d’ardesia di Chamounix apre la scena della Linda di Chamounix nel I atto dello spettacolo inaugurale del Bergamo Musica Festival 2009, ed è sottile come la lama della pazzia che devasterà la mente della protagonista Linda nel corso dell’opera.
Roberto Recchia, con il sapiente aiuto delle luci studiate da Claudio Schmid, dà prova ancora una volta a Bergamo del suo talento innovatore di regista operistico, in una città dove già era stato impegnato negli anni scorsi con Don Gregorio e Cavalleria Rusticana.
Lo spettacolo costruito da Recchia, in forma semiscenica, lavora sulle continue evoluzioni delle sfumature psicologiche della protagonista fino alla definizione dello scheletro mentale della pazzia. Un confine oltre le apparenze della vita reale, così come oltre il reale è la magia suggestiva dello scarno contenitore, finalmente ritrovato dopo un lungo restauro, del Teatro Sociale di Bergamo.
L’allestimento ci porta al fianco del mutar delle emozioni di Linda, di questa ragazza che diventa pazza, e che nella storia dell’Opera è un personaggio innovativo.
Nella storia del teatro infatti i pazzi erano quelli comici, che continuavano ad essere presenti sulle scene operistiche, soprattutto in forma maschile e buffonesca. Linda è una delle prime eroine ottocentesche alle quali è riservata una follia seria, un’ irragionevolezza del tutto particolare: quella della follia amorosa.
La convenzione vuole per queste donne, spesso, lo sprofondamento negli abissi dell’incoscienza dopo la negazione delle “giuste nozze”, in un crescente gorgo di sentimenti e visioni che ha però qualcosa di soprannaturale e inquietante, ed è profondamente romantico.
La rappresentazione di questa tipologia di pazzia è dunque una delle tematiche più interessanti per i musicisti e i librettisti dell’800 europeo.
La vicenda di Linda di Chamounix è esemplare in tal senso: emblema di purezza (già nel nome vi è racchiusa questa sua caratteristica). La protagonista è messa a dura prova dallo scorrere degli eventi e dalla brutalità del mondo. E’ costretta a scappare a Parigi per fuggire alle mire di un vecchio marchese, a mendicare e poi a vivere da reclusa nell’equivoco di sembrare una “mantenuta” presso la casa del nobile fidanzato Carlo, dalla quale verrà poi  lasciata e tradita. Con il susseguirsi delle scene Linda deve affrontare il trauma dell’apparente matrimonio di Carlo e del ripudio del padre. Una serie di accadimenti che la portano all’effettiva perdita della ragione e che affondano le radici in un’infanzia vissuta nell’ambito di un soffocante rapporto familiare con il padre.
Proprio il rapporto con il padre è l’interessante chiave di lettura scelta dal regista per indagare questo dramma : “La follia – spiega Recchia -  giunge a devastare la mente di Linda non nel momento dello sposalizio, seppur non tradotto in realtà del fidanzato Carlo, ma nel momento della maledizione paterna”.
Contorta, e a volte vittima di mancanza di alcuni passaggi logici, la vicenda di Linda musicata da Gaetano Donizetti sul libretto di Gaetano Rossi e tratta da una commedia francese, vive momenti di pura bellezza grazie alla musica composta proprio da Donizetti.
Lungo i tre atti si ha la sensazione chela musica sia “in scena” – come sottolinea ancora il regista– prima di essere “di” scena. Le canzoni ripetute più volte, l’uso psicosomatico della musica e il canto distorto sono indice di un’alienazione che Donizetti estende a dimensioni e raffinatezze inedite nel melodramma italiano.
linda 1


Casa Donizetti: un luogo ritrovato

14 Settembre 2009

casa donizettiVarcare una porta, fare attenzione ad un gradino e poi un passo, e un altro ancora.
Fermarsi, guardasi attorno, osservare un ambiente, sbirciare da una finestra verso un panorama.
Gesti apparentemente abituali, abituali, a volte silenziosi, ma che sabato pomeriggio in via Borgo Canale 14 a Bergamo non erano affatto scontati.
Varcare quella porta, quella di quello stabile via Borgo Canale, è stato un atto da ricordare perché compiuto in occasione della riapertura della Casa Natale di Gaetano Donizetti. Un’azione finalmente concreta e reale che riporta alla luce un luogo del passato e rappresenta un vero Segno di Futuro per la città.
Il recupero dei locali rende infatti ora accessibile agli studiosi, agli appassionati, ai cittadini bergamaschi e ai turisti gli ambienti dove nacque il grande compositore e che, oggi, vedranno impegnata nella gestione la Fondazione Donizetti.
La Casa Natale ritrova dunque tutti gli spazi architettonici grazie ad un accurato restauro protrattosi un anno e mezzo. Fruibili sono di nuovo gli ambienti dove alloggiava la famiglia, nel seminterrato “ov’ombra di luce mai pentrò…”, quelli del piano terreno, e ancora, il primo piano allestito con pannelli esplicativi sulla figura di Donizetti, il secondo con una sala e la Sala Conferenze dedicata a William Ashbrook,  e l’ultimo con alcune stanze dove potrebbero alloggiare in una sorta di foresteria studiosi e musicisti.
Il museo potrà essere visitato nei weekend dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 18, mentre nei giorni feriali si potranno prenotare solo visite per gruppi.
La Casa Natale di Gaetano Donizetti è situata nell’antico Borgo Canale, caratteristico assembramento di alte case su doppia schiera. Negli anni in cui nasceva Gaetano Donizetti il Borgo era costituito da case fatiscenti e umide, che ospitavano un’alta densità di famiglie povere.
La casa venne ricavata in data imprecisata dalla parte più antica dell’edificio, di epoca addirittura tre-quattrocentesca, ma guardando la struttura si deduce che nella loro prima destinazione i locali dovevano essere un antico, ampio, portico a volta.
Uniche fonti di luce dell’appartamento erano una porta e una finestra che si affacciano sul piccolo e rustico giardinetto verso via Degli Orti. La Casa Natale è monumento nazionale per Regio Decreto n.338 del 28 gennaio 1926 “affinchè la casa in Bergamo dove nacque il maestro Gaetano Donizetti sia conservata al devoto ossequio degli italiani e rispettata come edificio d’interesse storico”.
Da allora, nonostante l’interruzione nel periodo bellico, è proseguita la faticosa attività di valorizzazione di tutto lo stabile.
Con il restauro appena ultimato, si rende dunque disponibile, stabilmente e continuativamente questo prezioso bene.


Contro l’omofobia

12 Settembre 2009

Oggi si è svolta a Bergamo una manifestazione contro l’omofobia che negli ultimi tempi si sta manifestando in Italia con particolare violenza.
Ho colto l’occasione per chiedere ad Aurelio Mancuso (presidente Arcigay), Luca Pandini (presidente Arcigay Cives Bergamo), Giulia Lorenzi (presidente Arcilesbica XX Bergamo) e Carla Turolla (militante GLBT) cosa è l’omofobia e come la si combatte, oltre a chiedere loro quale sia il diritto più urgente da ottenere per le persone GLBT.


Il rumore dei rifiuti

1 Settembre 2009

A volte non ci si pensa, ma la raccolta differenziata (cosa buona e giusta) può (paradossalmente) causare inquinamento… acustico.
Nel video che segue, si sente distintamente il fragore prodotto dalla raccolta degli elettrodomestici effettuata in piena città a partire dalle 7 del mattino.


Giapponesi de-virilizzati

21 Agosto 2009

Accanto al fenomeno del lolitismo che obbliga le ragazze giapponesi a vestirsi come delle bambine e a mimare il pianto quando parlano con un uomo, si nota il fenomeno della de-virilizzazione che sta imponendosi tra i giovani maschi del Giappone, specie tra quelli che abitano nelle grandi metropoli.
La de-virilizzazione si manifesta per mezzo dell’uso
- di acconciature tipicamente femminili e del bando del capello corto;
- della borsetta e del borsone da donna;
- di monili;
- di alcuni capi di abbigliamento molto vaporosi e dalle trasparenze tipiche dei vestiti femminili;
- della dissimulazione della sudorazione.

Non so a cosa si debba precisamente il fenomeno. Si potrebbe ipotizzare che esso sia dovuto in parte a una non corretta interpretazione dell’eleganza in stile occidentale o in parte a un’idea di divino (nel senso di un tentativo di allontanarsi da un certo machismo occidentale molto simile all’animalità). Ma potrebbe anche essere un ricordo delle proprie tradizioni che volevano certi uomini “stilosi” al pari delle donne o un modo per allontanarsi dall’immagine del giapponese “nazistoide” molto diffusa in tutto il mondo.
La de-virilizzazione non ha risparmiato neppure le immagini pubblicitarie anche di famosi uomini occidentali.

Particolare di una stampa giapponese

Particolare di una stampa giapponese

Particolare di un cartellone pubblicitario in Giappone

Particolare di un cartellone pubblicitario in Giappone

Alessandro Del Piero in una pubblicità giapponese

Alessandro Del Piero in una pubblicità giapponese