Il muro invisibile

4 febbraio 2010

La storia è piena di muri e di mura.
Muri che dividono e, separando, ingabbiano chi si trova dalla parte sbagliata del muro.
Tra i muri vergognosi (perché portatori di infelicità) che vengono subito alla memoria ci sono “il muro di Berlino” e il muro di Israele. Muro che Israele ha costruito per separarsi dalla Cisgiordania con lo scopo ufficiale di lasciare fuori dai confini dello Stato i terroristi, ma che, come prevedibile fin dalla sua progettazione, non lascia fuori solo i terroristi, ma anche la povera gente (palestinese). Ed è proprio la povera gente che più risente negativamente della costruzione del muro.
Un muro lungo 725 Km e alto fino a 8 metri. Una “robina” che non passa certo inosservata.
Eppure…
Eppure c’è gente per la quale il muro è invisibile.
Eppure c’è gente per la quale le sofferenze e i disagi causati dal muro sono invisibili.
Non tutti coloro per i quali il muro è invisibile sono persone indifferenti e completamente prive di sensibilità: a volte si rende un muro invisibile per paura di ritorsioni, per quieto vivere, per ignoranza…


Ieri il muro di Israele è diventato invisibile agli occhi di Silvio Berlusconi, il quale ha avuto la beata superficialità si rispondere a una precisa domanda sul muro con tali sconcertanti parole:

"Mi dispiace – ha detto – ma non me ne sono accorto, in quanto stavo rimettendo a posto le miei idee, prendendo appunti sulle cose che avrei dovuto dire al presidente incontrandolo. So di deluderla e me ne scuso".


Veronica e Antonio contro Silvio

30 gennaio 2010

Veronica LarioSilvio Berlusconi non è stato votato da tutti gli italiani, ma, soprattutto, non tutti gli italiani condividono le sue scelte di governo, le sue idee politiche e soprattutto le sue leggi palesemente ad personam (e anticostituzionali).
Tra le persone più in vista tra coloro che tentano di frenare le manovre di Berlusconi ci sono Antonio Di Pietro (sul versante della legalità) e Veronica Lario (su quello dell’etica).
Due grandi giornalisti come Giorgio Bocca e Curzio Maltese sintetizzano in modo chiaro le azioni di Antonio e Veronica contro Silvio.
A proposito dell’operato di Di Pietro, Bocca ricorda come l’antiberlusconismo del leader dell’Italia dei Valori è soprattutto difesa della democrazia parlamentare*; mentre Maltese, a proposito delle azioni di Veronica, ricorda che:

“Il Pdl è un partito a conduzione personale, del quale non si hanno omologhi nell’Occidente democratico. Berlusconi voleva usarlo perfino per candidarci le escort o le sue vallette e a opporsi non sono stati i militanti o i dirigenti, ma la moglie”**.


* Giorgio Bocca, Chi vuol cancellare Di Pietro dal panorama politico, in “Il Venerdì”, 29 gennaio 2010.
** Curzio Maltese, Quei due partitoni, colossi d’argilla senza futuro, in ididem.


Una Filumena austera e pragmatica

28 gennaio 2010


I figli sono tutti uguali”: dice Filumena Marturano guardando dura con orgoglio Don Domenico Soriano e, in quell’Italia del 1946 (anno di scrittura del testo), tali non lo erano ancora.
La commedia porta infatti alla luce il tema, scottante in quegli anni, dei diritti dei figli illegittimi. Solo il 23 aprile 1947, infatti, l’Assemblea Costituente approvò l’articolo che stabiliva il diritto-dovere dei genitori di mantenere, istruire ed educare anche i figli nati fuori dal matrimonio, mentre addirittura otto anni più tardi, nel febbraio del 1955, venne approvata la legge che abolì l’uso dell’espressione “figlio di N.N.”.
Quello messo in scena al Teatro Donizetti martedì 26 gennaio (in replica fino a domenica 31 nell’ambito della Stagione di Prosa) è dunque un testo che racconta legami di sangue e vincoli d’amore, attraverso la narrazione delle vicende e l’illustrazione delle scelte drammatiche di una donna sola negli anni centrali del ‘900.
Un vicenda che comunica agli spettatori la dirompente vitalità, sia intellettuale che caratteriale dell’ eroina partenopea che, pur nell’ambito di una commedia sociale, prende le sfumature di un personaggio della tragedia classica. Filumena sembra essere una Medea alla rovescia.
La protagonista vive infatti da popolana ferita i ripetuti abbandoni di un uomo che l’ha sempre relegata ai margini della società, ma reagisce quando il suo Domenico Soriano si innamora di una donna più giovane, vendicandosi imponendogli la responsabilità del vincolo familiare anche nei confronti di due figli non suoi. Lo fa in modo teatrale fingendosi moribonda per strappargli un matrimonio in extremis e rivelandogli l’esistenza, ma non l’identità di un figlio avuto da lui.
A farle raggiungere il suo obiettivo non sono però questi espedienti, ma piuttosto la sua forza e la sua determinazione, unite alla sua autentica capacità di amare.
Scritta per la sorella Titina, nella commedia di Eduardo De Filippo con la regia di Franceco Rosi prevale la protagonista di Lina Sastri e quasi scivolano in secondo piano i personaggi maschili.
La Filumena di Lina Sastri è austera, pragmatica e rappresenta una donna irrigidita dal dolore di una vita negata, che afferma la dignità femminile in un grido di ribellione.
Filumena, una matura signora con un passato da prostituta, è stata per trent’anni la mantenuta di Don Domenico (Mimì) Soriano, ricco pasticciere napoletano e suo cliente di vecchia data, di fatto amministrandone e sorvegliandone i beni e la casa come una vera e propria moglie. Per costringere Don Mimì a sposarla e a fargli smettere la sua vita dissoluta “dietro alle ragazzine”, Filumena si finge morente. Don Domenico, che la crede in fin di vita, ingannato dalla falsa prospettiva di un breve legame, accetta l’idea delle nozze.
Scoperto l’inganno Domenico si rivolge a un avvocato che, inesorabilmente, spiega a Filumena come il suo stratagemma sia stato inutile: un matrimonio contratto con l’inganno non può essere valido. Davanti al trionfo di Domenico, la donna si sfoga raccontandogli il disprezzo per la sua vita dissoluta e la sua ingratitudine e gli confessa di avere tre figli, uno dei quali è suo, cresciuti e assistiti rimanendo sempre nell’ombra, senza mai rivelarsi come madre. Pur certa della sola paternità del figlio avuto da Mimì, Filumena non intende svelargli chi sia suo figlio, in nome della triplice maternità che difende con violenza perché “i figli sono i figli e devono essere tutti uguali”. Domenico si sente giocato. Il matrimonio non si farà comunque. Ognuno per la sua strada, Filumena con i suoi figli, Soriano per suo conto. A risolvere la situazione interviene un inatteso colpo di scena, che fa precipitare repentinamente il terzo atto verso la conclusione: i tre ragazzi si rivolgono a Domenico chiamandolo “papà”. Mimì, preso da profonda commozione, si arrende, scopre il sentimento paterno assieme alla generosità di un disinteressato altruismo che gli fa accettare i due figli non suoi e rinunciare, non senza sofferenza, a sapere chi è il suo figlio naturale. Filumena ha vinto.

dal 26 al 31 gennaio 2010 Teatro Donizetti Bergamo. Stagione di Prosa.
FILUMENA MARTURANO di Eduardo De Filippo
regia Francesco Rosi; scene Enrico Job; costumi Cristiana Lafayette; luci Stefano Stacchini

con Lina Sastri e Luca De Filippo e con Nicola di Pinto, Antonella Morea, Silvia Maino, Gioia Miale, Carmine Borrino, Geremia Longobardo, Antonio D’Avino, Giuseppe Rispoli e Chiara De Crescenzo; produzione Teatro di Roma e ElleDiEffe


Costituzione. Ecco perché qualcuno vorrebbe cambiarla

18 gennaio 2010

Costituzione italiana

“Dietro la nostra Costituzione c’è un’idea di convivenza civile, un solidarismo che abbraccia tutti e non lascia nessuno indietro. Questa è la strada indicata dall’articolo 3 sull’uguaglianza. Una concezione oggi in difficoltà, per l’affermarsi di un’ideologia anticostituzionale, tutta orientata alla competizione e alla concorrenza, che dividerà la gente in due, i vincitori e i vinti”*.

“Sulle riforme costituzionali volute dal centrodestra gli italiani si sono espressi con un referendum nel 2006. E le bocciarono”**.

“<La Costituzione> è un libro che ci difende molto mettendo regole e paletti al potere. Che ora il potere venga a dirci che è tempo di cambiare, è inquietante. [...] il potere attuale ha avuto la grande idea di trasformare il popolo in pubblico. Siamo tutti spettatori e tifosi”***.

Art. 3
Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.


*Gustavo Zagrebelsky citato da Vladimiro Polchi in Costituzione. La legge che i popoli si danno da sobri per usarla quando saranno ubriachi, in “Il Venerdì”, 15 gennaio 2010.
** Oscar Luigi Scalfaro citato da Vittorio Ragone in Il vero rischio è svuotare il Parlamento e chi ha vissuto il Fascismo lo sa bene, in “Il Venerdì”, 15 gennaio 2010.
*** Paolo Rossi citato da Emilio Marrese in Sette anni fa avevo già previsto tutto. Allora ne ridevo, ora mi vien da piangere, in “Il Venerdì”, 15 gennaio 2010.


Ricordi e antichi sogni

13 gennaio 2010

Ricordi e antichi sogni.
Illusioni che a poco a poco finiscono. Non c’è altro. Non c’è realtà, non c’è verità, non c’è nemmeno vero dolore. Soltanto parole che dicono di speranze deluse, di stanchezza, di tempo perduto, di felicità che forse non c’è mai stata. Un intreccio di ombre perdute, piccolo mondo infinito nel quale sono svaniti i voli della mente e del cuore.
Zio Vanja, uno dei capolavori assoluti del teatro cechoviano, scritto nel 1897 e rappresentato per la prima volta nel 1899 al Teatro dell’Arte da Stanislavskij, porta in scena strani personaggi. A cominciare dall’omonimo protagonista, che ha consumato la sua vita ad amministrare la tenuta della sorella ormai morta, nella sperduta nell’arretrata provincia russa insieme alla nipote Sonja. A loro si affianca il dottor Astrov, appassionato difensore di foreste, che tanto rispecchia le esperienze di Cechov che per anni fu medico di campagna. L’arrivo della coppia cittadina composta da Serebrjakòv, professore in pensione e padre di Sonja, e dalla giovane moglie Elena rompe gli equilibri dei rapporti tra gli eccentrici ma operosi Vanja, Sonia e Astrov. Se l’accademico pieno di malanni irrita gli altri personaggi con il suo egocentrismo, la pigra bellezza di Elena risveglia in tutti desideri perduti e rivela a ognuno qualcosa di se stesso: Vanja scopre di essere vecchio e che la sua vita è finita, Sonja scopre che di essere brutta e che non sarà mai amata da Astrov, il medico a sua volta medita sull’inutile-improbabile senso della sua fatica giornaliera.
Sono figure labili, quelle viste sul palco del Teatro Donizetti (dal 12 al 17 gennaio) per la Stagione di Prosa 2009-2010, che popolano una scena quasi vista in lontananza, come in una vecchia fotografia.
Nata da un’idea di Roberto Tarasco, l’ambiente appare come uno spazio evocativo. Un agglomerato di tracce di vite passate: alberi e radici rinsecchiti che scendono dalla soffitta, un andare e venire di oggetti legati a ciò che si è stati e che non si è più – armadi, tavoli, tappeti, sedie -, accompagnati da una partitura di suoni fatta di richiami d’uccelli, parole smozzicate, canzoni a mezza voce, gli uni e gli altri simbolo di qualcosa che ormai se ne è andato, ma che ancora ci appartiene. Una messinscena in cui tutto risulta ovattato, attutito.
“I personaggi di Anton Cechov hanno già il disincanto di quelli di Beckett, ha dichiarato il regista Gabriele Vacis – ma se nell’autore inglese (visto a Bergamo in questa stagione con Giorni Felici) essi risultano sospesi in uno spazio astratto, nelle opere dello scrittore russo i personaggi vivono in una condizione che ha ancora un’oggettività, conducono una vita concreta e quotidiana”.
A far rivivere sulle scene questo testo intenso e ancora fortemente attuale è il Laboratorio Teatro Settimo, diretto proprio da Gabriele Vacis, che per l’occasione è tornato a lavorare con il suo consolidato gruppo di attori: Eugenio Allegri, Laura Curino, Lucilla Giagnoni e Michele Di Mauro.
Un cast che riesce a rendere, attraverso una sorta di vicinanza emotiva, un sottile reticolo di stati d’animo individuali senza cedimenti al sentimentalismo. Rinunciando a fornire un giudizio storico sui comportamenti dei personaggi, Vacis sottolinea soprattutto la differenza tra chi riesce a restare aggrappato al proprio equilibrio interiore, al ciclo delle stagioni, alla concretezza della terra (come il dottor Astrov o la balia), e chi invece è incapace di un progetto (come Vanja e la nipote Sonja), divorati da insicurezze e frustrazioni, o ancora di chi non sa porsi in relazione con l’ambiente (come il professore e sua moglie Elena). Caratteri, anime e segni che evidenziano come in un secolo, forse, poco sia cambiato nelle inclinazioni umane.


La Madonna di Arcore

9 gennaio 2010

Elaborazione trovata nel Web

“[...] Silvio Berlusconi in questi giorni è diventato come la Madonna. Anche la sua verginità si è fatta indiscutibile. Non può essere messa in dubbio”.

Così scrisse Giampaolo Pansa il 16 marzo 2001 in un articolo titolato Sulla verginità della Madonna di Arcore*.
Ovviamente il giornalista non poteva in alcun modo riferirsi all’atteggiamento di Berlusconi & Co. susseguente l’aggressione pre-natalizia subita a Milano.
Tali parole erano scritte, infatti, per dar conto del comportamento di Berlusconi e fedeli all’indomani dell’intervista a Marco Travaglio nel programma TV Satirycon di Daniele Luttazzi.

La sconcertante attualità delle parole di Pansa fa riflettere e, se si mettono accanto le parole di Pansa a quanto scrive questa settimana su “Il Venerdì” Curzio Maltese, si ottiene un quadretto davvero illuminante del modus operandi di Berlusconi.
Scrive Maltese a proposito del comportamento di papa Benedetto XVI in seguito all’aggressione della notte di Natale:

“Voglio dire grazie al Santo Padre perché, aggredito da una squilibrata alla vigilia di Natale, si è comportato da persona adulta, dignitosa e responsabile. Non ha dato la colpa di un gesto folle a “Repubblica”, a una certa sinistra troppo laica, a chi ha accolto come un fatto ovvio la sentenza europea sul crocifisso nelle aule, a chi ha scritto in questi anni inchieste sul rapporto fra Stato e Chiesa. [...]
Bisogna ancora ringraziare la Chiesa per non aver chiesto ai sottostanti direttori di giornali e telegiornali di sottolineare che l’aggressione non poteva essere considerata un fatto isolato, ma il frutto di un clima avvelenato”**.

Come dire: “parlare a nuora, perché suocera intenda”!

* Le parole di Giampaolo Pansa si leggono in Elio Veltri e Marco Travaglio, L’odore dei soldi, n.e. 2009, Editori Riuniti, p. XXXVI.
** Curzio Maltese, Dal Papa aggredito una lezione di stile, in “Il Venerdì”, 8 gennaio 2009.


SETA • ORO • CREMISI. Segreti e tecnologia alla corte dei Visconti e degli Sforza

7 gennaio 2010

SETA • ORO • CREMISI
Segreti e tecnologia alla corte dei Visconti e degli Sforza
29 ottobre 2009 – 21 febbraio 2010

“Io, sua figlia prediletta, mi ero fatta abbigliare con l’abito rosa orlato di velluto nero e ricami d’oro e sciogliere i capelli secondo il privilegio consentito alle donne reali. Le dame assistono sedute su scranni e banconi dai dorsali di velluto morello…”

Le cesellate scelte linguistiche e la terminologia accurata della sofisticata scrittura di Maria Bellonci nel suo Rinascimento Privato sembrano essere la cornice ideale per inquadrare la sofisticata esposizione SETA • ORO • CREMISI. Segreti e tecnologia alla corte dei Visconti e degli Sforza allestita presso il Museo Poldi Pezzoli a Milano fino al 21 febbraio, volta ad illustrare la straordinaria produzione artistica legata all’antica tradizione manifatturiera e alle sue sorprendenti innovazioni tecnologiche.
Una mostra che ci porta direttamente nella Milano del 1442 con l’arrivo in città di due setajoli, provenienti da Firenze e da Genova invitati da Filippo Maria Visconti, che portarono nella capitale lombarda la lavorazione della seta, dando vita a un’attività e a una tradizione che in molti casi hanno anticipato numerose soluzioni della modernità.

“Dionisia mi ha vestita di tabì bianco listato di turchino, con un diamante legato sulla fronte che manda raggi quando scuoto la testa. Mia sorella Beatrice, tenuta per mano dalla governante, è vestita di raso cremisi e corpetto di velluto nero”: sono ancora le parole di Maria Bellonci e del suo personaggio Isabella d’Este a tornare alla memoria lungo la visione delle 50 preziose opere presenti al Poldi Pezzoli: raffinati velluti a disegno, damaschi e lampassi, per lo più broccati con oro e argento, il rarissimo caftano appartenuto ad un boiardo della Valachia, ricami in seta con oro e perle, carte da gioco, preziosi codici miniati, oreficerie e dipinti.
Manufatti che documentano lo strettissimo intreccio tra le arti suntuarie che caratterizzava la produzione milanese e insieme le origini e lo sviluppo di una nuova attività tessile che, per la complessità e per la rapidità – solo 40 anni – con cui raggiunse vertici ineguagliabili per qualità e che rese il caso milanese unico nella storia della tessitura serica.
Veri capolavori, che conferiscono ulteriore rilevanza all’esposizione poiché testimoni dei sorprendenti risultati di uno studio – mai fino ad ora così completo ed esaustivo – dedicato ai tessuti auro-serici lombardi del XV secolo. Una ricerca, progettata dall’ISAL (Istituto per la Storia dell’Arte Lombarda) e condotta in collaborazione con nove istituzioni europee, che per la prima volta ha documentato con chiarezza l’eccellenza delle tecniche di lavorazione ed è pervenuta al riconoscimento di reperti tessili esistenti che mai nessuno aveva individuato.
L’indagine realizzata da Chiara Buss, direttore del Dipartimento Arti Applicate ISAL, e da Annalisa Zanni, direttore del Museo Poldi Pezzoli, SETA • ORO • CREMISI, oltre a guidare il visitatore nella scoperta di opere d’arte, alza il sipario sul contesto culturale e sociale alla corte dei Visconti e degli Sforza. Una ricognizione storica dalla quale affiorano le caratteristiche di una città in forte dialogo con l’innovazione, capace di incoraggiare e attrarre competenze tecniche specializzate, di sviluppare tecnologie sofisticate e in grado di conferire valore aggiunto al proprio lavoro. Attitudini, queste, che da sempre hanno rappresentato l’identità del capoluogo lombardo e che hanno fatto di Milano un modello imprenditoriale.
Fra i protagonisti della mostra e dell’evoluzione tessile milanese, c’è il cremisi. Una sostanza colorante derivata dalla cocciniglia che nelle sue innumerevoli tonalità del rosso – dall’arancio al bruno – domina le sale espositive esaltando il gusto raffinato dei setajoli lombardi ma, al tempo stesso, rivela anche l’articolato e modernissimo contesto economico dell’epoca. Milioni e milioni di cocciniglie, di provenienza orientale o mediterranea, erano al centro di serrate trattative commerciali che si svolgevano anche in mercati molto lontani: da Baghdad alle coste del Mar Nero. Prodotto molto pregiato e costoso, il cremisi era considerato ovunque, dall’Europa alla Cina, un elemento imprescindibile nella determinazione della qualità e del valore dei tessuti, e dunque nell’organizzazione di un efficiente assetto produttivo, distributivo e di vendita.
In questo scenario affiora inoltre il ruolo primario della manodopera femminile nel campo della filatura della seta e dell’oro. Un ruolo che ha condotto alcune magistrae milanesi a notevole ricchezza e status, al contrario di quanto pare avvenisse in altri centri italiani nello stesso periodo.

Anche il percorso espositivo non è definito dal disegno, ma dalle materie impiegate e dalla raffinatezza delle lavorazioni, ed è stato così pensato per sottolineare quella mistura di lusso e tecnologia che ha identificato la corte più ricca e potente della penisola italiana nella seconda metà del Quattrocento. Apre la mostra il tema dei tessuti araldici. Spiccano il rarissimo velluto a tre colori, broccato in oro, tessuto a memoria del matrimonio di Ludovico il Moro con Beatrice d’Este nel 1491, e il famosissimo ritratto di Ludovico – non più visto dal 1939 – a testimoniare il ruolo comunicativo affidato ai colori personalizzati, ai disegni, agli stemmi e ai motti dei committenti nel gioco del potere. Seguono poi una carrellata di velluti, lampassi e damaschi che documenta la qualità di tessitura, di tintura, di filatura dell’oro e infine una sezione dedicata al ricamo in Lombardia nel corso del secolo e a quelle particolarissime tecniche che lo diversificano da tutti gli altri laboratori italiani. Fra queste, l’applicazione di paillettes dalle più diverse forme, come nel ricamo del paliotto di Beatrice d’Este, appartenente al Poldi Pezzoli e restaurato per l’occasione grazie al contributo del lanificio Vitale Barberis Canonico, che dal 2007 affianca il Poldi Pezzoli nell’importante lavoro di ricerca scientifica e di conservazione dei manufatti tessili del Museo. Fra i molti esemplari esposti un prezioso baldacchino processionale proveniente da Lodi con applicazioni di perle e smalti, tecniche che lo avvicinano più all’oreficeria che al ricamo.
Accompagna l’esposizione un volume a colori, edito da Silvana Editoriale (www.silvanaeditoriale.it), che oltre ai saggi e alle schede delle opere presenta i risultati delle analisi eseguite sulle tinture con un metodo mai applicato finora in Italia.

La mostra, prima di cinque che verranno organizzate in diversi musei nell’ambito del più vasto progetto ISAL La produzione serica in Lombardia, dal 15° al 20° secolo | PSL, arricchisce e completa il corpus di ricerche e pubblicazioni che l’ISAL negli anni ’80 e ’90 ha dedicato al Rinascimento lombardo e al contempo prosegue il percorso di valorizzazione delle collezioni di arte decorativa, iniziato dal Museo Poldi Pezzoli negli stessi anni.

I temi della mostra ci guidano nelle sezioni riservate all’araldica, alle tinture, ai decori, ai ricami e in conclusione sovviene alla mente ancora un brano di Maria Bellonci a ricordarci quanto il fasto del Rinascimento fosse intrecciato al Privato “..dovete aver toccato punti amari di sofferenza, subito qualche ferita da morirne nel vostro animo, magari mentre sceglievate il più bello dei vostri broccati”.


Un altro momento divino per i Giorni felici

16 dicembre 2009

« Un altro giorno divino. »: inizia con il suono del campanello e questa affermazione della protagonista Winnie Giorni felici di Samuel Beckett, in scena al Teatro Donizetti di Bergamo per la Stagione di Prosa 2009 dal 15 al 20 dicembre.
Opera poetica e insieme tragica è questa una rappresentazione di una donna qualunque: Winnie che affonda lentamente ed inesorabile nella sabbia e, tuttavia, vuole ricordare i suoi giorni felici.
L’immobilità del personaggio è un “Niente” senza inizio e senza fine; la realtà scenica è circoscritta da un riso feroce e mansueto. In scena Winnie non è sola, ma ha nell’altro personaggio, il marito Willie, non un interlocutore bensì un ascoltatore con cui parlare in continuazione, interrompendosi soltanto per compiere i pochi gesti che la posizione le consente.
Pag 34: […] Questa poi (Pausa). Le parole mancano, ci sono delle volte in cui perfino loro mancano. (Voltandosi un poco verso Willie) Non è vero, Willie? (Pausa. Voltandosi un po’ di più) Non è vero, Willie, che persino le parole mancano, a volte? (Pausa. Si volta verso la sala) E che cosa si deve fare, allora, aspettando che tornino? Strigliarsi il pelo, se non è già stato fatto, o se c’è qualche dubbio, tagliarsi le unghie se hanno bisogno di essere tagliate, sono tutte cose che ti aiutano a tirare avanti. (Pausa). E’ questo che trovo meraviglioso, che non passa giorno… (sorride) …per dirla nel vecchio stile… (il sorriso cade) … senza qualche benedizione… […]In ogni gesto insignificante, la protagonista ricerca la felicità.
La normalità delle frasi dei due personaggi emerge nell’anormalità della situazione. La protagonista cerca di proteggere il falso Io dall’Io autentico, nascondendo a se stessa, prima ancora che agli altri, la realtà della propria agghiacciante situazione.
pag 40 […] Eh, sì, così poco da dire, così poco da fare, e una tale paura, certi giorni, di trovarsi… con delle ore davanti a sé, prima del campanello del sonno, e più niente da dire, più niente da fare, che i giorni passano, certi giorni passano, passano e vanno, senza che si sia detto niente, o quasi, senza che si sia fatto niente, o quasi […]
Nello spazio scenico risuonano frasi illusorie. pag 46:[…] Qualche volta sbaglio. (Sorriso) Ma di rado. (Il sorriso cade) Qualche volta è tutto finito, quel che può dare il giorno, tutto fatto, tutto detto, tutto è pronto per la notte, e il giorno non è finito, tutt’altro che finito, la notte non è pronta, tutt’altro, tutt’altro che pronta. […]

In Giorni felici Beckett prende il normale “dramma di conversazione” e lo svuota da tutte le sue componenti significative, fino a renderlo pallido specchio della misera condizione umana. Il dialogo è portato all’esasperazione, costringendo i protagonisti ad un’immobilità quasi totale in una lenta scarnificazione dei mezzi espressivi. Winnie, il personaggio principale, è una donna sulla cinquantina, bionda, grassottella. È sepolta fino alla vita in un alto cumulo di sabbia. Ha una capiente sporta nera piena di oggetti interessanti incluso un pettine, uno spazzolino da denti, un dentifricio, un rossetto, una lima per unghie ed un organetto. Ha anche un parasole ed una rivoltella, che ama accarezzare. Il suono stridente di un campanello isolato e fuori scena scandisce le ore di veglia da quelle del sonno.
Winnie è felice della sua esistenza, seppure immobile: nonostante quanto possa capitare, afferma senza ombra di dubbio che la giornata sarà sicuramente un altro giorno felice. Suo marito Willie, un uomo sulla sessantina dal cranio sfondato e vuoto, vive in una cavità del cumulo di sabbia alle spalle della moglie, quasi fuori dal suo campo visivo per l’impossibilità di movimento di lei. Al contrario di Winnie può ancora muoversi, anche se l’unico modo è quello di strisciare. Nonostante il chiacchierio continuo di Winnie e le continue richieste da parte di lei di una risposta, Willie si esprime a monosillabi leggendo piccole citazioni dal giornale, solo a conferma che riesce ad ascoltarla. Nel secondo atto, aperto come il primo dal suono del campanello, Winnie è sepolta fino al collo, con la sola testa fuori dal cumulo di sabbia. Continua a parlare, ma non può più raggiungere la sua borsa né voltarsi per guardare il suo amato Willie. È sorprendentemente ottimista durante tutto il dramma, solo pochi accenni alla monotonia e al fatto che suo marito viva alle sue spalle fanno presagire una sottile amarezza della sua condizione. La pièce si conclude con Willie che striscia fino a Winnie, mentre lei lo osserva cantando un motivetto ascoltato dall’organetto nel corso del primo atto.
Il titolo Giorni felici allude ad un modo di dire che Winnie prende alla lettera, quasi come un motto di vita proprio. Il dramma attinge a piene mani al dato visivo come punto di partenza di una situazione disperata, allo stremo, in cui l’individuo cerca inutilmente e disperatamente di riscattarsi, senza però riuscirci.


Intervista sulla Sindone

10 dicembre 2009

Il 7 gennaio 2006 per la trasmissione “CULT” di Radio E ho intervistato Gino Moretto autore del volume Sindone, la verità edito da Ellenici con il quale ho parlato, appunto, della Sindone di Torino.

Gino Moretto è stato segretario del Centro Internazionale di Sindonologia di Torino per più di 11 anni. È stato segretario di redazione della rivista «Sindon» e autore dei volumi: Sindone, la guida e Sindone, la storia.

Ripropongo qui l’intervista

Sindone


Romeo e Giulietta e dintorni …

9 dicembre 2009

Il sipario si alza e Romeo e Giulietta sono stesi su di una lastra lapidea, li guardiamo di scorcio, di sotto in su, quasi a ricordarci Il Cristo Morto di Mantegna: si apre così il suggestivo ed efficace allestimento del balletto Romeo e Giulietta, dall’omonima tragedia di William Shakespeare, su musiche di Pëtr Il’ič Čajkovskij per la chiusura del BergamoMusica Festival 2009 nella versione proposta dal Balletto di Milano.
Dalle note di Michele Rovetta, che ha riunito con omogeneità musicale e drammaturgica il materiale delle tre versioni di Romeo e Giulietta (1869, 1870, e 1880, determinate da altrettanti ripensamenti del committente Balakirev) e altre pagine del Maestro russo adatte alla vicenda, si comprende l’accurata riflessione operata dal Balletto di Milano di Carlo Pesta per mettere in scena questo spettacolo grazie al lavoro del coreografo Giorgio Madia.
Pëtr Il’ič Čajkovskij compose infatti l’Ouverture-Fantasie Romeo e Giulietta, ispirata all’omonima tragedia shakespeariana, nel 1869, la modificò profondamente nel 1870 (riscrivendone intere parti) e la rielaborò ulteriormente nel 1880 (modificandone la parte finale). Per questo nuovo balletto, di cui l’Ouverture-Fantasie è punto di partenza e fulcro musicale, non ci si è avvalsi solo della celebre versione definitiva, ma anche delle altre due, dando allo spettatore l’occasione – che al momento neanche il mercato discografico sembra offrire – di conoscere praticamente tutto il contenuto (qui presentato sotto forma di quattro frammenti) dei manoscritti di Romeo e Giulietta lasciatici da Čajkovskij e custoditi a Mosca. Gli altri brani scelti per questo balletto, tutti di Čajkovskij, sono tratti dalle musiche di scena per La fanciulla di neve di A.N. Ostrovskij, op.12, dalle musiche di scena per Amleto di Shakespeare, op. 67a, dalla Terza Sinfonia, op. 29, e dalla Suite n. 1 per orchestra, op. 43.
Non pochi di questi brani ebbero in sorte il distacco dal contesto originario (o l’inserimento in un nuovo contesto) già per opera del loro stesso autore: la Marche miniature, in un primo momento esclusa dalla Suite n. 1 (e pubblicata separatamente), vi fu poi reintegrata; anche l’Intermezzo dalla stessa Suite fu candidato all’esclusione. Gli entr’acte dell’atto III, IV e II di Amleto sono rispettivamente: la riorchestrazione di un mélodrame (melologo) per La fanciulla di neve; l’Elegia in memoria di Ivan V. Samarin; una versione abbreviata del secondo movimento (“alla tedesca”) della Terza Sinfonia, della quale in questo balletto viene eseguito anche il terzo movimento.
Si può dire che anche la musica di Romeo e Giulietta, nata per la sala da concerto, sia in parte diventata musica teatrale già per opera di Čajkovskij: in un duetto operistico che egli lasciò incompiuto. Tale duetto sarebbe potuto diventare parte di un più ampio progetto che non fu mai realizzato, poiché Čajkovskij aveva deciso di comporre un’opera basata su Romeo e Giulietta di Shakespeare. Si legge in una sua lettera del 1878: «mi par strano non aver visto fino ad ora come fossi predestinato a musicare questo dramma. Non ci sono imperatori, né marce […]: c’è amore, amore, e amore»; e in un testo del 1881: «la mia decisione è definitiva – scriverò un’opera su questo soggetto».

Sulla scena i primi ballerini Teresa Molino e Martin Zanotti aprono il primo atto danzando fedelmente sull’ouverture (1880) per un concentrato visionario della vicenda shakespeariana.
Le coreografie di Madia sono amalgamate da unità e coerenza, il ritmo e la plasticità delle movenze suggeriscono l’azione scenica rendendola però eterea ed impalpabile grazie anche allo scarno allestimento giocato su sontuosi costumi completamente neri o bianchi e tendaggi bianchi a far da fondali.
Affascinante è la casualità temporale con la vicenda che è smontata e ricomposta, esaltata dai gesti fluidi di Teresa Molino (Giulietta) ed eleganti di Martin Zanotti (Romeo). Positiva anche la prova delle altre ballerine: precise negli atterraggi e negli incroci.
Un riconoscimento va anche alla presenza dal vivo dell’Orchestra Sinfonica Italiana diretta con rigore da Giuseppe Acquaviva, splendidi i costumi di Cordelia Mattheus.


Templarismo

9 dicembre 2009

More about Templari, il martirio della memoriaIl 7 settembre 2005, per la trasmissione “CULT” di RadioE, ho intervistato Mario Arturo Iannaccone, autore, tra l’altro, di Templari. Il martirio della memoria, ponendogli alcune domande attorno al fenomeno del “templarismo”.

Con lui, tra l’altro, si è parlato anche di Priorato di Sion, degli Illuminati di Baviera, del romanzo Il Codice da Vinci e di Rennes-le-Châttau.

Ripropongo l’intervista perché mi pare ancora attuale.

Templarismo


Cyrano: le ombre e il raggio di luna

25 novembre 2009

Non posso fare attendere il raggio di luna che è venuto a prendermi”: ci saluta così l’intenso personaggio di Cyrano de Bergerac: lo sconfitto, suggeritore della vita e dell’opera di altri, messo interpretato da Massimo Popolizio al Teatro Donizetti fino al 29 novembre.
Una figura che è un grumo denso di sentimenti, che ci indica ignoti passaggi dell’esistenza, mescola estetica e vita.
Quando se ne va, porta nel mondo delle ombre il suo gran naso, simbolo diversità, di una difformità che è anche marchio di unicità intellettuale e dialettica.

Per questa piece tratta dalla vera storia di Savine Cyrano de Bergerac, poeta libero e pensatore realmente vissuto in Francia nel XXVII secolo, il regista Daniele Abbado, sceglie come luogo principale dell’azione un’Arena dai bordi dorati che diventa luogo di schermaglie verbali, acrobazie della parola, ambiente maschio di confronto tra soldati e schermidori, spazio dei sentimenti e dimensione magica di luce e buio nella II scena del I atto.
Un territorio riservato anche all’Amore: quello impossibile e nascosto di Cyrano, straordinario spadaccino dotato di un naso diventato celebre, per la cugina Rossana.
Una giovane donna, innamorata del bello ma poco raffinato Cristiano, con il quale Cyrano stringe un patto e gli presta le proprie arti poetiche e oratorie per conquistare il cuore di questa donna dai tratti tizianeschi con lunga chioma bionda, abito bianco e soprabito rosso carminio interpretata da Viola Porcaro.
Un particolare triangolo amoroso reso ancor più intrigante dalle scene di Graziano Gregari che giocano con sospesi rimandi all’insondabile ed enigmatica pittura di Magritte proprio nella figura di Rossana e il rimando alle teste di donna del pittore surrealista (come quella de La Fata ignorante), alla dimensione aerea scelta per l’apparizione in scena del personaggio femminile poggiato su di un piano fluttuante, nel cielo, a sbalzo sui due amanti; o ancora con la continua presenza di maschere a coprire il volto dei personaggi che certo ricordano il celebre Souvenire de voyage Soltanto in punto di morte Cyrano troverà il coraggio di uscire da un’ombra durata quindici anni, per svelarsi a Rossana e a se stesso, concludendo in tal modo il suo percorso terreno.
Il Cyrano creato dall’autore Edmond Rostand è un acrobata della parola, animato da una follia poetica, e interpretato intensamente ed efficacemente da Massimo Popolizio, che fa del personaggio un uomo moderno che «risponde con la poesia alla volgarità della vita» e che forse avrebbe potuto essere ancora più un innamorato.

dal 24 al 29 novembre 2009 TEATRO DONIZETTI- Bergamo
CYRANO DE BERGERAC
di Edmond Rostand

regia Daniele Abbado
scene Graziano Gregari; costumi Carla Teti; suono Hubert Westkemper; luci Angelo Linzalata; coreografie Simona Bucci; maestro d’armi Francesco Manetti
con Massimo Popolizio
e con Stefano Alessandroni, Roberto Baldassari, Luca Bastianello, Giovanni Battaglia, Luca Campanella, Dario Cantarelli, Simone Ciampi, Flavio Francucci, Andrea Gherpelli, Davide Lora, Marco Maccieri, Elisabetta Piccolomini, Viola Pornaro, Mauro Santopietro e Carlotta Viscovo

produzione Teatro di Roma


Maria: la Figlia del Reggimento

24 novembre 2009


Sto aggiustando, tagliando ecc. La Fille du regiment per La Scala”: così scrive Gaetano Donizetti da Milano il 15 agosto 1840, all’amico d’infanzia Antonio Dolci testimoniando il lavoro necessario per sistemare la versione francese della sua celebre Opera per il pubblico italiano.
E’ una vicenda critica interessante e ricca quella di questo passaggio dal francese all’italiano, sia dal punto di vista musicale che letterario e che dopo una certosina operazione di revisione (in particolare attorno al celebre passaggio si “Salùt la France”), approda ad un testo intrigante per irregolarità metrica frutto del lavoro di DOnizetti ocn il librettista Bassi.
E’ questa particolare versione italiana che il Bergamo Musica Festival ha deciso di riportare in scena il 20 e 22 novembre, presso il Teatro Donizetti, come terzo titolo donizettiano della Stagione lirica 2009 a seguire l’apertura con Linda di Chamounix ed Elisir d’amore.
Quella proposta dal regista Andrea Cigni e dal Direttore d’Orchestra Alessandro D’Agostini è stata un’edizione più che convincente: ottima sotto il profilo vocale e musicale, originale per costumi e allestimento, preziosa per l’aggiornata edizione critica realizzata dal musicologo Claudio Toscani all’interno delle Edizioni Nazionali delle Opere di Gaetano Donizetti per Fondazione Donizetti e Ricordi.
Due anni di lavoro hanno tolto una sequenza di «incrostazioni», come dice Toscani, accumulate nel tempo proprio dalla prima edizione alla Scala nell’ottobre 1840.
La Fille vide infatti la luce all’Opéra-Comique di Parigi nel febbraio 1840, in uno dei periodi più intensi di Gaetano Donizetti e il suo crescente successo sfociò nella versione in italiano, su versi di Callisto Bassi.
Dal 1840 in poi gli studiosi hanno individuato almeno una quarantina di versioni, tanto che il risultato finale della partitura “tradizionale” si discostava ormai notevolmente da quello originario.
La nuova produzione, frutto del lavoro del Circuito Lirico Regionale con l’Orchestra dei Pomeriggi Musicali e il coro dell’Aslico, ha visto sul palco il soprano spagnolo Yolanda Auyanet che ha trovato una forte chiave espressiva con le sfumature della voce e la parte attoriale e l’apprezzato tenore Gianluca Terranova, che ha interpretato un Tonio brillante e generoso.
Il regista Andrea Cigni ha ambientato la vicenda in Svizzera negli anni della prima guerra mondiale, realizzando in modo efficace l’alternanza di momenti intensi e drammatici interni all’Opera (come il coro del finale I atto o la preghiera di Maria nel II) ad altri decisamente brillanti per un insieme originale ed efficace.


Sesso e non religione

19 novembre 2009

Camila Raznovich

Sul numero oggi in edicola di “Magazine” Vittorio Zincone intervista Camila Raznovich la quale fa una dichiarazione che, a chi scrive, pare condivisibile:

«In Italia si dovrebbe parlare molto più di sesso nelle scuole. […]
Un’ora di sessualità, fatta bene, mi sembra più utile <di un’ora di religione>. Aiuterebbe a sciogliere dubbi urgenti. Per trovare Dio c’è tutta la vita, per prepararsi ai primi rapporti no».*

Come non darle ragione? I giovani sembrano, tutto sommato, un po’ sprovvisti di fronte alla sessualità. Troppo spesso nessuno dice loro, con sincerità, come affrontare certe situazioni della vita. Troppo spesso, quasi sempre, la conoscenza sulla sessualità è raccogliticcia e frutto di conversazioni sussurrate tra gli amici.

Il sesso, a scuola, non si insegna.
Si insegna religione cattolica. Una religione che definire sessuofobica è poco.

*Vittorio Zincone, Un’ora di sesso al posto di religione, in “Magazine”, 19 nov. 09.


Rilettura di un classico: Il Barbiere di Siviglia

18 novembre 2009

Leggere i classici era l’invito di Italo Calvino in un celebre scritto; rileggere il classico è l’operazione svolta dal regista Francesco Torrigiani per l’edizione de Il barbiere di Siviglia di Gioacchino Rossigni, andato in scena sabato 14 e domenica 15 ottobre, nell’ambito del Bergamo Musica Festival al Teatro Donizetti.
Calvino scriveva : “I classici sono libri che quanto più si crede di conoscerli per sentito dire, tanto più, quando si leggono davvero si trovano nuovi, inaspettati, inediti”. Per Il Barbiere di Siviglia Torrigiani sceglie un’operazione forte e quasi radicale, la sua infatti diventa una storia di pirati con Rosina che è fatta prigioniera in una rocca e Figaro – bandana in testa – che prende quasi le vesti di un corsaro.
Sul palco i personaggi utilizzano piccole imbarcazioni a vela cavalcando le onde del fiume Guadalquivir (sulle rive del quale Siviglia è costruita).
In scena e nei costumi dominano le tonalità dell’azzurroma l’insieme scenografico per questo nuovo allestimento proposto dal Teatro dell’Opera Giocosa di Savoia risulta a tratti caotico, così come non del tutto amalgamata è l’intesa tra i cantanti e l’Orchestra Sinfonica di Sanremo diretta la maestro Elio Boncompagni.
Lo spettacolo sta dunque cercando ancora un equilibrio verso possibili margini di miglioramento soprattutto in relazioni alle voci che, ad eccezione del Figaro Damiano Salerno, hanno mancato a tratti di decisione e sono sembrate più attenti al loro ruolo di attori.