Altro che telefoni, sono diventati ormai, per molti, compagni inseparabili, strumenti di utilità irrinunciabile. Per rimanere in contatto, per ricordare, per organizzare, per conservare, per condividere, per spasso o per lavoro; quelli che una volta erano telefoni (cellulari) sono diventati oggi veri e propri terminali mobili, apparecchi tecnologici che fanno la qualità della nostra vita, ampliando potenzialità ed efficienza del nostro tempo.
Negli ultimi mesi si sta facendo largo una nuova generazione di dispositivi sprovvisti, grazie alle tecnologie touchscreen, della vecchia tastiera numerica a favore di un sistema estremamente comodo che consente di interagiree direttamente con lo schermo, adattabile quindi alla bisogna in virtù della funzione che deve svolgere.
Negli ultimi mesi si sta facendo largo una nuova generazione di dispositivi sprovvisti, grazie alle tecnologie touchscreen, della vecchia tastiera numerica a favore di un sistema estremamente comodo che consente di interagiree direttamente con lo schermo, adattabile quindi alla bisogna in virtù della funzione che deve svolgere.
Il primo approccio ad un touchscreen è a dir poco coinvolgente, finalmente un rapporto non più mediato tra l’uomo e la macchina ma una relazione diretta, immediata, in cui l’azione fisica umana è essa stessa funzione tecnologica, quasi che le dita potessero entrare nella macchina e diventarne parte. Indubbiamente futurista ad oggi, quasi sicuramente lo standard di domani per comodità, immediatezza, flessibilità, facilità ed efficienza.
C’è però un però, e che però!
Gli schermi che ragionevolmente ad oggi sono i più generosi in dimensioni arrivano al massimo a 3,2 pollici (quello in foto) ed anche scegliendo di visualizzare la tastiera più estesa possibile, diventa praticamente impossibile scrivere con le dita. Impossbile ad oggi è anche l’idea di riproporre in versione touch il vecchio tastierino numerico, che con i tempi di risposta attuali degli schermi non reggerebbe alle allenatissime digitazioni superveloci imparate negli ultimi decenni con le tastiere tradizionali.
La naturale conseguenza è solo apparentemente banale, basta utilizzare un pennino certo, che appunto tutti questi dispositivi possiedono (quello del Samsung Omnia in foto è anche molto bello tra parentesi). Si può scrivere in modo perfino più facile del mitico T9 ma solo apparentemente la cosa è indolore, perché per scrivere con un pennino si devono utilizzare entrambe le mani, una regge il “telefono”, l’altra digita. Lungi dall’essere un’evoluzione della specie, questa peculiarità è in effetti un pesantissimo handicap, che non incide solo sulla necessità di imparare un nuovo modo di fare, ma sulla natura stessa di quel “compagno di vita” di cui sopra accennavo.
Non è più possibile replicare ad un sms mentre si guida, neppure per digitare “ok” ad una proposta lampo, non è più possibile scriversi un appunto sul tram o quando reggi un ombrello o mentre spingi un carrello, non è più naturale approfittare di quei due minuti vuoti per replicare ai commenti del proprio blog, sfoltire i nuovi messaggi di posta o seguire i propri feed, non è più praticabile utilizzare il terminale sdraiati la sera sul divano durante la pubblicità o coricarsi e passare gli ultimi minuti di veglia in compagnia “remota” con l’anima gemella o facendo ordine nella propria giornata prima di addormetarsi.
Si è creato perciò uno spaventoso paradosso: la facilità d’uso, immensamente superiore ai dispositivi tradizionali, inibisce l’uso in una tale moltitudine di eventualità che quasi si è costretti “in mobilità” a lasciare il tecnocoso in tasca se non per le funzioni più “easy” ovvero le sole che non richiedano una qualsiasi, pur minima, digitazione letterale, incluso la ricerca di un numero nella rubrica, se non memorizzato nei pochi preferiti o separati in apposite categorie di “selezionati”.
In definitiva, prima di lanciarsi nella nuova era di questi strafichissimi tecnocosi, ci si dovrà interrogare sulla disponibilità non solo a cambiare radicalmente il proprio modo d’uso, ma anche a rinunciare ad una buona fetta delle proprie abitudini pregresse. A meno che, come molti tecnofanatici, non ci si porti dietro in una tasca il proprio superscenico aggeggio da mostrare sul tavolo al ristorante o nelle occasioni speciali “a due mani”, e nell’altra tasca quello da usare quando serve.














