Un suono potente e suggestivo per una composizione possente che ha imposto al Direttore D’Orchestra il Maestro PierAngelo Pelucchi ben 160 cambi di ritmo in un’ora e quarantacinque di musica. Tutto è questo è stato la Grande Messa da Requiem in sol minore di Giovanni Simone Mayr eseguita il 26 novembre nella Chiesa di S.Alessandro in Colonna in occasione della rassegna “Musica per Papa Giovanni” (nel cinquantesimo anniversario dell’elezione del pontefice), e promossa insieme alla Fondazione Donizetti e dal Comune di Bergamo.
Cristallina la vocei di Alessandra Gavazzeni come soprano, ottima la mezzosoprano Alessandra Fratelli e il Basso Baritono Riccardo Barattia. Insieme al coro e all’Orchesta del Bergamo Musica Festival Donizetti è stata dunque riproposta questa suggestiva composizione raramente eseguita.
La Messa da Requiem in Sol minore di Giovanni Simone Mayr (1763-1845) è Opera di grande interesse e rara esecuzione: “riscoprirla”, dal punto di vista storico, con la guida del M°. PierAngelo Pelucchi, è stato dunque un vero piacere per gli appassionati.
La Messa fu eseguita per la prima volta il 25 Agosto del 1815, per una sontuosa funzione voluta dalla Reggenza della Basilica di S.Maria Maggiore di Bergamo a suffragio dei benefattori defunti.
La composizione del Grande Requiem si concretizzò proprio nella primavera di quell’anno, benché risulti assai probabile che Mayr avesse già in precedenza composto qualche parte destinata al progetto di una grande messa per i defunti. Alcuni temi musicali del Kyrie e del Libera me Domine, presentano difatti fortissime analogie con passi della Medea mayriana, composta nel 1813. Questo Requiem conquistò immediatamente la reputazione di un lavoro di altissima qualità, tanto che Pietro Visoni, ammiratore del Mayr, sfidando l’assoluta proibizione del Maestro, nel 1819 ne fece realizzare una monumentale partitura a stampa. Il Visoni, nel frontespizio dell’opera, antepose il titolo di «Grande», forse per distinguerla dalle altre due altrettanto straordinare – benché di organico assai più ridotto – missae defunctorum composte dal Maestro negli anni precedenti. Il Requiem fu eseguito in più occasioni negli anni successivi, ed in particolare si ricordano le esecuzioni del 29 marzo 1818 per le esequie di Antonio Capuzzi (valentissimo violinista nella Basilica ed insegnante all’Istituto musicale creato da Mayr) e del 1821 a Milano, per il funerale del celebre ballerino e coreografo Salvatore Viganò. Le maggiori esecuzioni di questa Messa furono tuttavia destinate proprio al suo compositore e all’allievo prediletto di quest’ultimo: fu infatti cantata per il funerale di Mayr stesso il 5 dicembre 1845 (con un giovane Verdi presente come corista nel coro filarmonico) e per il funerale di Gaetano Donizetti, nell’aprile di tre anni dopo. Un’ultima volta fu poi realizzata nel 1875 (sotto la direzione di Ponchielli e con brani alternati al Requiem dello stesso Donizetti) per le solenni onoranze durante le quali le ceneri dei due compositori furono traslate nella Basilica di S. Maria Maggiore. Dopo la Messe de Morts di Gossec (1760) la Grande Messa di Mayr mostra dimensioni decisamente al di fuori della norma per un Requiem. Altresì occorre considerare che la Basilica di S. Maria Maggiore, in molte occasioni, aveva palesato una propensione per le realizzazioni grandiose, e non si deve comunque dimenticare che l’influsso francese, presente in quell’epoca ormai da un decennio, aveva favorito in ogni campo culturale un’ostentazione delle forme artistiche, che inevitabilmente ebbe a ricadere anche nel settore musicale. Il Grande Requiem di Mayr ebbe innumerevoli realizzazioni nel XIX secolo, per essere poi ripreso pochissime volte nel Novecento, due delle quali a Bergamo: una prima esecuzione nel 1963, in occasione del bicentenario della nascita del compositore bavarese e la seconda, nel novembre 1995, a chiusura delle celebrazioni per i 150 anni della sua scomparsa. Il materiale musicale, desunto dalla versione a stampa del 1819, evidenziava numerose inesattezze e soprattutto l’assenza dell’Oro supplex nella Sequenza (Dies Irae), brano che si riteneva non fosse neppure stato composto. Proprio in occasione di un altro concerto, nel 1995, dopo una accurata ricerca fra gli autografi, è stato reperito un “Oro supplex” mayriano, che per tematiche, tonalità, struttura formale ed organico corrisponde perfettamente alla sezione mancante. Con l’aggiunta di questa parte solistica e con un accurato confronto della partitura a stampa con gli autografi della Messa, è stato pertanto possibile restituire oggi all’ascolto la partitura integrale, così come la concepì Mayr quasi due secoli or sono.
“Il mio modo di mettere in scena i testi – scrive Marco Bernardi, regista de Il Gabbiano di Chekov che ha dato il via il 25 novembre alla Stagione di Prosa del Teatro Donizetti di Bergamo – vorrebbe essere un tentativo di fenomenologia applicata al teatro, vorrebbe tradurre in scrittura scenica il testo nella sua consapevolezza, in una sorta di utopia ricostruttiva dei vari punti di vista dell’autore. Un’illusione esaustiva che, almeno nelle intenzioni, ci riporti concretamente al cospetto del dottor Chekov, al significato originario delle sue parole, all’intelligenza dei suoi pensieri”. Un concetto di “teatro rotondo – continua Bernadi – pericoloso a teatro. Intenso e misterioso, come la vita”.
Buone intenzioni che, però, con tutta sincerità il suo Il Gabbiano non è riuscito a rendere nella serata inaugurale a Bergamo nella produzione del Teatro Stabile di Bolzano con Patrizia Minali nei panni della vedova attrice Irina Nicolaevna Arkadina, Massimo Costantini in quelli del figlio di Irina Peter Nikolaevic Treplev e il tanto, troppo, declamatorio Maurizio Donadoni come scrittore Boris Tregorin.
L’insieme è risultato però artefatto, troppo lontano dal naturalismo dell’ambientazione di Chekov, con un ritmo lento e alcune incongruenze.
Positivi, di assoluto valore invece, i bellissimi costumi di Roberto Banci con la disperata Nina che ricorda nel suo abito bianco l’Ophelia del neoraffaellita Rossetti e i numerosi corpetti indossati da Irinina, che riportano alle influenze che la pittura parigina di fine ‘800, e ai suoi influssi su quella russa immediatamente suggestiva (in virtù anche delle molte acquisizioni di collezionisti russi di opere contemporanee impressioniste).
Citazione colta il quadrato rosso iniziale che apre lo spettacolo e che innesta un ponte con il ‘900 e le cromie suprematiste di Malevich, così come interessante sempre nel primo atto è la sbarra sulla quale nel suo delirio di attrice si muove Nina e che riporta alle radici della cultura-teatro-circo- del Paese di Chekov citando la celebra sbarra russa.
Ieri sera presso la libreria Caffè letterario di Bergamo Raffaele Carcano – segretario dell’UAAR – ha presentato il libro che ha scritto assieme ad Adele Orioli: Uscire dal gregge, pubblicato da Luca Sossella Editore. Si è trattato di una serata molto interessante durante la quale si è parlato del “delitto di apostasia” (così la Chiesa Cattolica definisce lo “sbattezzo”), ovvero della possibilità di lasciare la Chiesa Cattolica. Carcano, a questo proposito ha sottolineato come l’ingresso (tramite il “pedo-battesimo”) nella Chiesa Cattolica sia obbligato, mentre l’uscita dalla medesima sia vietato (e il farlo è definito “delitto”). Ciò, tra l’altro, ha continuato Carcano, è in palese contrasto con la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e ha aggiunto che lo stesso “pedo-battesimo” sarebbe, per la legge italiana, incostituzionale. In seguito alle battaglie dell’UAAR, però, la possibilità di sbattezzarsi è diventata una procedura semplice (ossia basta una raccomandata), seppure la Chiesa Cattolica faccia di tutto per convincere il richiedente a tornare sui propri passi.
Nel suo intervento Carcano ha sottolineato come nei Paesi nei quali alto è il numero dei non credenti ci sia maggiore rispetto per le diversità altrui e ci sia anche un più alto indice di sviluppo.
Si sveglia in un chiaroscuro che ricorda il personaggio michelangiolesco dell’incisione “Il Sogno” la protagonista de Una piccola Cenerentola andata in scena al Teatro Donizetti di Bergamo, per il progetto “La Scuola all’Opera”, e per il pubblico il 16 novembre nell’ambito del Bergamo Musica Festival 2008.
Angiolina è assopita in un sonno- sogno che rimanda culturalmente anche alle celebri incisioni di Goya (Il sonno della Ragione genera mostri) : in un’atmosfera che non vuole essere drammatica, ma che come in ogni fiaba mischia l’inquietudine della crescita all’elemento fantasioso, divertente e narrativo. La nostra Cenerentola ha infatti alle spalle un grande libro d’incisioni, con figure femminili e parole chiave, attorno al quale ruoterà per tutto l’atto unico il turbinio dei personaggi che agiscono con e attorno a lei. Personaggi che nelle scene e nei costumi di Angelo Sala ci sorprenderanno con ombrellini di ricordo spagnolo (El quitasol di Goya), italiano pensando ai celebri affreschi di Villa Zanigo di Tiepolo da Il Nuovo Mondo a Il Minuetto con la citazione dell’abito bicanco con maniche a balze della Cenerentola-principessa.
Una Cenerentola che una volta diventata principessa diventa anche una donna contemporanea: con la voglia di innamorarsi, ma anche autonoma nella sua identità e tanto decisa da agire “fisicamente” sul tempo a sua disposizione, spostando le lancette del celeberrimo orologio, e capace inoltre di dire al principe che le cerca un pegno d’amore “Siamo in un sogno, ma il braccialetto no!…tò questa….” e con un sorriso tagliente gli piazza in mano una scarpa lasciandolo tra l’allibito e il perplesso…certamente sorpreso!
Una ragazza moderna in un contesto di fiaba: dove i raffinati e prestigiosi costumi vestono personaggi truccati alla “Il Flauto Magico” di Bergman che agiscono con le dinamiche componenti di scena: dall’originale auto a molla, alla semplice eppur efficacissima sagoma del cavallo sul quale monta il servo-finto principe, al bellissimo libro di narrazione e storia che diventa esso stesso un protagonista.
E’ questo uno spettacolo riuscito tra il gioco e l’ironia, tra la dimensione fantastica e i rimandi alla realtà, tra quella dell’immaginazione a quella della storia dell’arte, in un insieme coinvolgente ed efficace sia per il giovane pubblico (composto piacevolmente anche da piccoli-piccolissimi) che per gli spettatori adulti.
Con un ritmo incalzante Piera Ravasio e Francesco Bellotto costruiscono questa commedia musicale in un atto, su musiche di Gioacchino Rossini, in un’Opera che presenta tutte le caratteristiche della musica settecentesca amante delle “scale” e dei cori d’insieme a più voci, che ricordano le più celebri opere rossiniane come l’Italiana in Algeri.
La dimensione di scherzo e quella ludica si sposano con la componente didattica che mostra ai bambini tutti gli elementi dell’Opera lirica, mettendoli a loro agio in una piena interazione con l’Orchestra posta al livello della sala, gli interpreti che spesso scorazzano allegramente in platea, e i “trucchi scenici” con il temporale palesato attraverso lo scuotere una lastra di metallo da parte di una veemente fatina-uomo barbuto!
Oggetti e luoghi che giocano con le dimensioni reali e oniriche, così come in tutta l’iconografia legata anche ad “Alice nel Paese delle Meraviglie” (altra piccola bimba che dopo una fiaba si ritrova grande e cresciuta), personaggi strambi e simpatici, sorrisi e applausi divertiti: questa “Piccola Cenerentola” ha fatto innamorare il principe, ma soprattutto il pubblico…di domani!
Questa mattina ho intervistato Giangi Milesi, presidente del Cesvi e gli ho chiesto che cambiamenti si prevedono per il mondo in seguito all’elezione a Presidente degli Stati Uniti di Barack Obama.
E’ un allestimento che riporta ai riverberi colorati e mutevoli del colore romantico di Delacroix, quello scelto dal Bergamo Musica Festival per l’edizione del Marin Faliero di Gaetano Donizetti, andato in scena venerdì 31 ottobre e domenica 2 novembre al Teatro Donizetti di Bergamo.
Inevitabili riferimenti iconografici per il Marin Faliero del regista Marco Spada e per Alessandro Ciammarughi, che ha curato le scene e i costumi, erano di due grandi quadri storici di Francisco Hayez (dove il pittore al centro di polemiche artistiche si ritrae nel panni del vecchio doge congiurato) ed Eugène Delacroix.
Per il nuovo allestimento la produzione, realizzata in collaborazione, con il Teatro Verdi di Sassari ha scelto di seguire la strada francese attraverso l’utilizzo di un cangiante velluto bordeaux per i costumi veneziani, per i riverberi dorati del bugnato della scena e ancora per lo scorrere della luce sugli abiti dei celeberrimi gondolieri “…figli della notte” all’apertura del II Atto. Una scelta che ci ha immerso nello sfaldamento del colore che il pittore francese sperimenta nel pieno del romanticismo e che, però, non ha trascurato anche la grande tradizione della pittura di storia italiana di Hayez e della sua tecnica basata sulla stesura omogenea del colore (III Atto) . Alla produzione del pittore italiano fa infatti riferimento la figura della protagonista nell’ultimo: quando Elena ci appare in un abito di velluto scuro con veli bianchi e i lunghi capelli neri sciolti sulle spalle che vanno a citare direttamente la figura femminile (con sfondo lagunare veneziano) di “Accusa segreta” dipinta tra il 1847 e il ‘48 proprio da Hayez. Un dipinto in piena sintonia con il romanticismo decadente europeo, che rappresenta il tema della vendetta e della delazione per la rivalità d’amore.
Il Bergamo Musica Festival ha dunque scelto un insieme cromatico ed emozionale, che è risultato funzionale anche al mutare della situazione storica e alle numerose sfumature psicologiche dei personaggi, e ben documentato anche sotto il profilo della storia del costume. Notevoli sono stati i particolari degli abiti trecenteschi veneziani, soprattutto in quelli femminili, con l’attenzione riservata ai copricapi e alla corretta profondità delle scollature per una coerenza cronologica che ci ha mostrato abiti ed accessori tipici della Venezia medioevale e al massimo a quella primo-quattrocentesca del Carpaccio.
Una buona edizione davvero, che ha reso ragione all’opera che Donizetti compose nel 1835 per il
Teatro degli Italiani a Parigi, in un ideale confronto con Vincenzo Bellini, e ora grazie alla versione critica di Maria Chiara Bertieri ha ritrovato anche un nuovo spessore musicale.
Nel nuovo libro di Giorgio Bocca in uscita (È la stampa, Bellezza!) edito da Feltrinelli di cui “L’Espresso” di questa settimana ha anticipato un capitolo si può, tra l’altro, leggere:
“Il regime in Italia non c’è, ma il capo del governo ignora la Costituzione, può nominare il consiglio di amministrazione della Rai, licenziare i giornalisti sgraditi, aggiungendo, nello stile del ‘qui lo dico, qui lo nego’, che nella sua richiesta non c’era nulla di personale”