Una saggia e rispettosa ironia

26 Maggio 2009

uri_caineUna saggia e rispettosa ironia ha introdotto con garbo il grande jazzista Uri Cane, sabato 23 maggio, nelle musiche di Anton Diabelli (con le sue Variazioni su tema di Ludwig van Beethoven) e su Variazioni attorno a La fille du Régiment, Ouverture “Amici miei che allegro giorno” e “ Convien partir” di Gaetano Donizetti per il concerto voluto dalla Fondazione Donizetti presso il rinnovato Teatro Sociale di Bergamo. Sul palco dell’antico teatro, recuperato da pochi giorni nel cuore di Città Alta, Uri Cane ha portato la sua lettura alternativa, delicata, rispettosa eppure rivoluzionaria. Quella di Cane è stata la nuova tappa, presentata in anteprima mondiale nel secondo tempo del concerto, di una produzione che il pianista americano ha costruito per creare inediti ponti tra generi musicali. Insieme all’Orchestra del Bergamo Musica Festival, diretta da Carlo Tenan, Cane ha reso la serata una vera occasione di spettacolo sia uditivo che visivo. Il suo gesto a volte sommesso, altre più esplicito, ha coinvolto gli spettatori con guizzi sornioni e divertii del viso, tocchi delicati sulla tastiera alternati ad improvvisi picchiettii sul fianco dello strumento, e ancora a scale di note cadenzate con decisione utilizzando le nocche e il peso delle mani. A volte rilassato, quasi molle, Cane accompagnato dall’ottimo suono dell’Orchestra ha colto in contropiede più volte il pubblico con riprese di slancio inaspettate, con l’uso delle mani come percussioni, con il volere sperimentare uno starnuto come strumento. In un morbido ritmo alternato tra l’effetto acustico degli archi e le note più cristalline del pianoforte, il concerto ha preso una coinvolgente forma narrativa capace di spingere ad un ascolto agile e curioso, sia gli spettatori che gli orchestrali presenti sul palco, in un collettivo spazio di apertura. Con geniale e rispettosa incursione Cane si è inoltrato nella partitura della prima opera francese di Donizetti, appositamente scritta per essere rappresentata a Parigi, e interpretato la parodia beethoveniana del tema di Diabelli. Tecnica e pensiero alternativo si sono fusi nei tratti del jazz e della classica, in una contaminazione multiculturale e innovativa: contemporanea.


La Fondazione Benetton

20 Maggio 2009


I mitici anni ‘60

19 Maggio 2009

Baratella_Paolo_La_mano_rossa_1968_ost_emuls_60x50I MITICI ANNI ‘60

dipinti 15 maggio – 27 giugno 2009

La voglia di riprendere un’idea di famiglia, una passione per l’arte e la curiosità per un periodo artistico del tutto originale e imprevedibile nei risultati: da tutto questo nasce la nuova mostra curata da Beatrice Belllini e titolata I Mitici anni ‘60Presentiamo – spiega la curatrice – una serie di opere che mio padre aveva portato a Bergamo nella sua Galleria in un periodo di grande fermento artistico. Gli anni rappresentano un periodo storico molto significativo, durante il quale alcune vicende storico-politiche hanno influito in modo radicale sulla vita sociale e culturale in Italia. È un periodo di trasformazione anche nel mondo dell’arte con l’esaltazione della funzione di artista o la contemporanea logica di sparizione dell’artista stesso in favore di un gruppo, la presenza dell’oggetti nel quotidiano, la crisi del concetto di Arte, l’abolizione di ogni confine tra oggetto e oggetto d’arte, la sperimentazione di nuovi materiali”. Questa mostra è un omaggio ad alcuni di quegli artisti italiani che nel corso degli anni ’60 hanno saputo dare alla pittura una nuova linea, diversa e originale, ognuno con la propria individualità e modernità. Uno sguardo alle nuove generazioni di quegli anni che cercavano di creare un varco in cui proporre nuove idee: dalla critica politica all’analisi sociale, dalla Pop art di Paolo Baratella alla poetica romantica di Felice Canonico ed il Nouveau Realisme di Fernando De Filippi, dall’astrattismo lirico-strutturale di Galliano Mazzon alla polemica verso il consumismo di Edoardo Franceschini e alle polivolumetrie di Toni Fulgenzi. “Comune – spiega ancora Beatrice Bellini – a tutti è un nuovo atteggiamento nei confronti del mondo dell’arte e della sua immagine all’’interno della società, utilizzando diversi linguaggi artistici come mezzo di comunicazione. Diversi erano gli orientamenti di allora come diverse erano le tematiche e le problematiche affrontate dagli artisti, a volte suggerite da episodi di costume e di vera e propria moda, che rappresentano l’aspetto più epidermico di questo periodo. In ogni caso basti appena rilevare come manchi alla cultura artistica d’oggi l’impegno ideologico “collettivo”, il rigore metodologico e per così dire l’investitura morale che hanno caratterizzato certe linee della ricerca artistica in quegli anni”. Rappresentare un decennio di storia dell’arte non sarebbe dunque possibile attraverso una mostra che coglie solo alcuni aspetti del fermento artistico e culturale italiano degli anni ’60 ma è possibile, attraverso la trentina di opere esposte, immergersi ancora una volta in un’atmosfera affascinante ed evocativa, in un mondo di avanguardie, le cosiddette neoavanguardie, così lontane da quelle di oggi, ma in fondo non poi così diverse. La mostra offre anche una notevole selezione in opere di Sissa che, proprio in questo periodo, è protagonista anche di una mostra a Venezia a Palazzo Malipiero fino al 21 maggio. P. BARATELLA – G. BARGONI – V. BELLINI – F. CANONICO – F. DE FILIPPI – E. FRANCESCHINI – T. FULGENZI – E. MARIANI – G. MAZZON – R. NOTARI – E . PROMETTI – G. RAMELLA – V. SATTA – G. SECOMANDI – U. SISSA – R. VOLPINI Dove: Galleria d’arte Due Bi, 24122 Bergamo, via Broseta, 15 Orario: da martedì a sabato: 9.30-12.30 / 15.30-19.00 domenica e lunedì: su appuntamento Date: 15 maggio – 27 giugno 2009 Info: Galleria d’arte Due Bi dir. Beatrice Bellini 24122 Bergamo (Italy) – via Broseta, 15 Tel.e fax: +39.035.210163 info@galleriadarteduebi.it www.galleriadarteduebi.it


Suggestioni cromatiche

12 Maggio 2009

11_Bahrami_370Il fondo rosso e i caratteri bianchi del manifesto annunciano

9 maggio, ore 21, Teatro Donizetti di Bergamo, 46° Festival Pianistico Internazionale Arturo Benedetti Michelangeli, J. S. Bach L’Arte della Fuga. Ramin Baharami pianista”.

Ore 15: suggestioni di un pomeriggio di prove.Per entrare in Teatro spingo la sottile porta a vetri del retro-palcoscenico. Il Teatro è quasi vuoto, il fiorista spazza il parquet del palco dove, al centro di un cono luminoso, sta, di spalle, un ragazzo che armeggia con un grande spartito, indossa una T-Shirt verde smeraldo. Fruscio di fogli, note che scorrono, L’Arte della Fuga prende forma: il giovane alla tastiera è Ramin Baharami. Prove alla ricerca della perfezione. Tutto dovrà essere ideale stasera: cromia delle note e luce della sala dovranno amalgamarsi in un’unica soluzione. Proprio l’attenzione a questo sottile e delicato equilibrio mi colpisce nelle parole del pianista, mentre si rivolge al personale del Festival: “Ecco, così è perfetto – dice gentile – la luce sul palco va bene, il tono di ocra è fantastico per questo spartito. Una luce troppo bianca renderebbe pallida la musica”. Poi si guarda attorno e fa una richiesta : “Per i palchi mi piacerebbe un po’ più di chiarore”. Baharami riprende a suonare, poi si ferma improvvisamente, allunga il collo, abbassa gli occhiali, riflette. C’è qualcosa, qualcosa che ronza. E’ il lampadario che, posto a quella gradazione di luminosità, crea un sottofondo fastidioso in sala. Bisogna cercare una soluzione. Poche parole con i tecnici, e una nuova proporzione armonica tra ambiente e musica diventa realtà. “La dimensione spaziale nella quale siamo immersi – mi spiega, iniziando così l’intervista che abbiamo in programma – è fondamentale per il nostro avvicinamento alla musica. Ci deve essere un’armonia diffusa che, a tuttotondo, riesca a coinvolgere il pubblico, il musicista e l’ambiente. Per ogni esecuzione è tanto necessario, quanto affascinante, trovare una nuova soluzione perché differenti sono i luoghi e i momenti, continuamente diversi siamo anche noi quando ci avviciniamo alla musica per ascoltarla o suonarla”. Luci, colori, l’essere mutevole della visione da un punto di partenza apparentemente uguale: ritrovo i concetti della pittura impressionista e della molteplicità della percezione: “E’ un paragone efficace – sorride Ramin – la musica scorre e in questo movimento acquisisce riflessi sempre diversi. Le composizioni di Bach, poi, con la loro infinita possibilità di lettura sono un continuo riverbero di soluzioni, di variazioni”. Baharami indica lo spartito e continua : “L’Arte della Fuga non ha indicazioni. Ci lascia liberi e ci permette, così, di immergerci nella nostra dimensione personale e contemporanea. Quello che potrebbe sembrare un problema, in realtà è un prezioso margine di possibilità”. “Leggere e rileggere Bach – continua – dà l’opportunità di non essere semplicemente esecutori, ma di sperimentarsi e diventare lettori attivi, quasi compositori, basta pensare ad esempio a Friedrich Gulda e ad altri pianisti del ‘900”. L’essere contemporaneo, vero, immerso nella realtà del suo tempo, è l’altra caratteristica che mi colpisce del poco più che trentenne Baharami, il pianista considerato lo specialista di Bach: l’autore emblema della musica antica. Mi permetto di rendere esplicita la mia riflessione e Ramin sorride, l’intervista sta diventando un dialogo. Poi nel suo elegante italiano mi spiega : “In realtà credo che contemporaneo sia l’aggettivo più adatto a Bach e alla sua musica. Johan Sebastian non fu solo un grande musicista, fu soprattutto un uomo che attraversò l’Europa, ebbe due mogli, ventuno figli. Era completamente immerso nella vita, per questo è riuscito ad elaborare una visione così completa dell’Uomo ancora valida per noi. La sua fu una riflessione profonda, ma talmente agile da poter essere riattualizzata attorno ai canoni della nostra sensibilità. Il suo è un linguaggio universale, perché vasto, infinito”. L’ultima frase di Ramin sembra essere la cornice ideale al 9 maggio, data del concerto e Giornata di Festa per l’Europa. Un’Europa che Baharami vive dal cuore della Germania, attraversa con la sua musica, ma che può osservare con le sfumature diverse che gli vengono dalle sue radici lontane, profumate d’Oriente e di quell’Iran dove è nato : “La Storia orientale è stata grande, ma l’Europa è sinonimo della civiltà dell’oggi, della cultura che viviamo, può essere una grande occasione per unire tanti punti di vista diversi”; mentre parla Ramin guarda ancora il grande foglio che ha davanti, poi indica i registri della partitura e improvvisamente comincia a suonare. Si ferma, mi guarda, e conclude : “Sono le voci delle “possibilità” di Bach, tutte diverse eppure della stessa importanza, è il nostro essere contemporaneo, deve essere l’Europa”.


L’emozione di un Teatro rinato

10 Maggio 2009

Teatro Sociale di Bergamo

Teatro Sociale di Bergamo

Venerdì scorso è stato inaugurato il restaurato Teatro Sociale di Bergamo.

Ho sempre considerato il Teatro Sociale un luogo pieno di suggestione; un luogo magico e fascinoso.

Ho anche sempre sperato che esso venisse restaurato e usato nuovamente come luogo in cui agire lo spettacolo.

Venerdì scorso, di fronte al Teatro Sociale rimesso a nuovo e aperto al pubblico, ho provato un’intensa emozione.

L’emozione di assistere alla (ri)nascita di uno spazio teatrale; un luogo in cui le emozioni possano essere vissute e socializzate; esibite sia da chi le recita, sia da chi le vive.

Ora, dopo l’ottimo risultato raggiunto con il restauro, bisogna fare in modo che il Teatro Sociale possa vivere appieno, diventando anche un centro di produzione teatrale. Un luogo dove sperimentare, dove condividere idee e progetti.

Un luogo vitale e non una bomboniera inutile piazzata nel salotto buono della città.


Lang Lang…un ponte per la musica

4 Maggio 2009

lang-lang_001587_2_mainpictureNon ancora 30 anni, scarpe da ginnastica e una pettinatura che sfida la forza di gravità: è così che appare il pianista Lang Lang sul programma di sala dell’esclusivo concerto tenuto al Teatro Grande di Brescia il 3 maggio, in occasione della consegna del Premio Arturo Benedetti Michelangeli, nell’ambito del 46° Festival Pianistico Internazionale.
Il protagonista della serata è il giovane interprete cresciuto in Cina, poi emigrato negli Stati Uniti, dove il suo talento è diventato oggetto di un crescente interesse mediatico fino all’odierno successo planetario, fondato anche sulla sua  propensione a rompere i rigidi schemi del mondo della musica classica.
Poco prima delle 21 la vibrante attesa in sala si traduce in realtà quando Lang Lang entra in scena e sale su palco con eleganza del tutto personale: giacca orientale di velluto scuro e scarpe lucide. Lang Lang, il presunto ribelle e perturbatore di tante certezze classiche, sorprende al contrario fin dalle prime note per una lettura consapevole della musica classica e per il suo lato sognante, così come in buona parte della sua discografia (basta pensare allo Chopin inciso come ultimo album diretto da Zubin Mehta).
Scorrono i minuti e il pianista dimostra come abbia conquistato il pubblico mondiale, anche quello più giovane, grazie ad una capacità innovativa d’interpretazione.
In platea ci si aspetta dunque un “sovversivo” e invece è un piacere scoprire che Lan Lang non è solo questo, che non è solo un fenomeno mediatico, ma è prima di tutto un sensibile interprete e un raffinato ricercatore di sfumature.
In una magia di suoni, sposata ad un’interpretazione fisica alla tastiera, il pianista traduce le emozioni diventando simile (come dichiarerà lui stesso nel momento del conferimento del Premio Michelangeli) un ponte, un mezzo per unire la musica e il pubblico.
Lang Lang suona, interpreta, vive con le  espressioni fiabesche del volto i movimenti della Sonata in La maggiore D.959 di Schubert.
La bocca si apre, la testa  reclina e il tutto immerge (come fa notare chi lo conosce bene) nelle origini della sua formazione, in quel Teatro Cinese che fa della mimica accentuata una decisiva componente espressiva.
L’itinerario musicale della serata bresciana si spinge fino ad un deciso Bela Bartòk (Sonata Sz.80), alle personali e cristalline ricerche sonore attorno ai colori di Claude Debussy (Préludes – Livre I e Prélude – Livre II), per concludersi con una personalissima “Eroica” Polacca in La Bemolle op. 53 di Chopin.
Gli orizzonti della tecnica limpida e sciolta di Lang Lang spingono davvero questo Festival in una sempre più interessante “Rotta ad Oriente. Da Bach alla Cina” e, come sottolineato nella motivazione del Premio Michelangeli, alla ricerca di un interprete che sappia dimostrare come nella musica vi sia “qualcosa di più dell’Oriente e dell’Occidente: vi sia l’Umanità”.


I bassifondi di Second Life

1 Maggio 2009

Qualcuno ha fatto notare senza scandalo che anche in Second Life, esattamente come nella Real Life, esistono i bassifondi. Si tratta di territori nei quali gli avatar si incontrano per fare sesso. Cercarli è molto semplice: basta utilizzare il motore di ricerca interno e usare chiavi standard e intuitive (come, ad esempio, “XXX”).
Ovviamente ciò che si trova può soddisfare tutti i gusti e si va dall’autoerotismo al sesso di gruppo, ma si possono anche vedere mostre d’arte con soggetti hard o semplicemente espliciti (anche perché nei territori comuni la nudità non è consentita) o andare al cinema per guardare film con  soggetti reali e/o d’animazione.
In tali zone sono abbastanza frequenti gli script gratuiti e/o a pagamento usando i quali gli avatar mimano azioni sessuali. Io stesso ne ho provati alcuni, giudicandoli “realistici”.
Molti gli accessori messi in vendita, tra quali, per gli avatar di sesso maschile, spiccano i peni che possono mimare azioni quali l’erezione e l’eiaculazione.
In tali territori molte sono le zone il cui accesso è riservato ai nudisti, al di là del fatto che si voglia o meno fare del sesso.

Segue immagine esplicita

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