“Non posso fare attendere il raggio di luna che è venuto a prendermi”: ci saluta così l’intenso personaggio di Cyrano de Bergerac: lo sconfitto, suggeritore della vita e dell’opera di altri, messo interpretato da Massimo Popolizio al Teatro Donizetti fino al 29 novembre.
Una figura che è un grumo denso di sentimenti, che ci indica ignoti passaggi dell’esistenza, mescola estetica e vita.
Quando se ne va, porta nel mondo delle ombre il suo gran naso, simbolo diversità, di una difformità che è anche marchio di unicità intellettuale e dialettica.
Per questa piece tratta dalla vera storia di Savine Cyrano de Bergerac, poeta libero e pensatore realmente vissuto in Francia nel XXVII secolo, il regista Daniele Abbado, sceglie come luogo principale dell’azione un’Arena dai bordi dorati che diventa luogo di schermaglie verbali, acrobazie della parola, ambiente maschio di confronto tra soldati e schermidori, spazio dei sentimenti e dimensione magica di luce e buio nella II scena del I atto.
Un territorio riservato anche all’Amore: quello impossibile e nascosto di Cyrano, straordinario spadaccino dotato di un naso diventato celebre, per la cugina Rossana.
Una giovane donna, innamorata del bello ma poco raffinato Cristiano, con il quale Cyrano stringe un patto e gli presta le proprie arti poetiche e oratorie per conquistare il cuore di questa donna dai tratti tizianeschi con lunga chioma bionda, abito bianco e soprabito rosso carminio interpretata da Viola Porcaro. Un particolare triangolo amoroso reso ancor più intrigante dalle scene di Graziano Gregari che giocano con sospesi rimandi all’insondabile ed enigmatica pittura di Magritte proprio nella figura di Rossana e il rimando alle teste di donna del pittore surrealista (come quella de La Fata ignorante), alla dimensione aerea scelta per l’apparizione in scena del personaggio femminile poggiato su di un piano fluttuante, nel cielo, a sbalzo sui due amanti; o ancora con la continua presenza di maschere a coprire il volto dei personaggi che certo ricordano il celebre Souvenire de voyage Soltanto in punto di morte Cyrano troverà il coraggio di uscire da un’ombra durata quindici anni, per svelarsi a Rossana e a se stesso, concludendo in tal modo il suo percorso terreno.
Il Cyrano creato dall’autore Edmond Rostand è un acrobata della parola, animato da una follia poetica, e interpretato intensamente ed efficacemente da Massimo Popolizio, che fa del personaggio un uomo moderno che «risponde con la poesia alla volgarità della vita» e che forse avrebbe potuto essere ancora più un innamorato.
dal 24 al 29 novembre 2009 TEATRO DONIZETTI- Bergamo CYRANO DE BERGERAC
di Edmond Rostand
regia Daniele Abbado scene Graziano Gregari; costumi Carla Teti; suono Hubert Westkemper; luci Angelo Linzalata; coreografie Simona Bucci; maestro d’armi Francesco Manetti con Massimo Popolizio e con Stefano Alessandroni, Roberto Baldassari, Luca Bastianello, Giovanni Battaglia, Luca Campanella, Dario Cantarelli, Simone Ciampi, Flavio Francucci, Andrea Gherpelli, Davide Lora, Marco Maccieri, Elisabetta Piccolomini, Viola Pornaro, Mauro Santopietro e Carlotta Viscovo
“Sto aggiustando, tagliando ecc. La Fille du regiment per La Scala”: così scrive Gaetano Donizetti da Milano il 15 agosto 1840, all’amico d’infanzia Antonio Dolci testimoniando il lavoro necessario per sistemare la versione francese della sua celebre Opera per il pubblico italiano.
E’ una vicenda critica interessante e ricca quella di questo passaggio dal francese all’italiano, sia dal punto di vista musicale che letterario e che dopo una certosina operazione di revisione (in particolare attorno al celebre passaggio si “Salùt la France”), approda ad un testo intrigante per irregolarità metrica frutto del lavoro di DOnizetti ocn il librettista Bassi.
E’ questa particolare versione italiana che il Bergamo Musica Festival ha deciso di riportare in scena il 20 e 22 novembre, presso il Teatro Donizetti, come terzo titolo donizettiano della Stagione lirica 2009 a seguire l’apertura con Linda di Chamounix ed Elisir d’amore.
Quella proposta dal regista Andrea Cigni e dal Direttore d’Orchestra Alessandro D’Agostini è stata un’edizione più che convincente: ottima sotto il profilo vocale e musicale, originale per costumi e allestimento, preziosa per l’aggiornata edizione critica realizzata dal musicologo Claudio Toscani all’interno delle Edizioni Nazionali delle Opere di Gaetano Donizetti per Fondazione Donizetti e Ricordi.
Due anni di lavoro hanno tolto una sequenza di «incrostazioni», come dice Toscani, accumulate nel tempo proprio dalla prima edizione alla Scala nell’ottobre 1840. La Fille vide infatti la luce all’Opéra-Comique di Parigi nel febbraio 1840, in uno dei periodi più intensi di Gaetano Donizetti e il suo crescente successo sfociò nella versione in italiano, su versi di Callisto Bassi.
Dal 1840 in poi gli studiosi hanno individuato almeno una quarantina di versioni, tanto che il risultato finale della partitura “tradizionale” si discostava ormai notevolmente da quello originario.
La nuova produzione, frutto del lavoro del Circuito Lirico Regionale con l’Orchestra dei Pomeriggi Musicali e il coro dell’Aslico, ha visto sul palco il soprano spagnolo Yolanda Auyanet che ha trovato una forte chiave espressiva con le sfumature della voce e la parte attoriale e l’apprezzato tenore Gianluca Terranova, che ha interpretato un Tonio brillante e generoso.
Il regista Andrea Cigni ha ambientato la vicenda in Svizzera negli anni della prima guerra mondiale, realizzando in modo efficace l’alternanza di momenti intensi e drammatici interni all’Opera (come il coro del finale I atto o la preghiera di Maria nel II) ad altri decisamente brillanti per un insieme originale ed efficace.
Sul numero oggi in edicola di “Magazine” Vittorio Zincone intervista Camila Raznovich la quale fa una dichiarazione che, a chi scrive, pare condivisibile:
«In Italia si dovrebbe parlare molto più di sesso nelle scuole. […]
Un’ora di sessualità, fatta bene, mi sembra più utile <di un’ora di religione>. Aiuterebbe a sciogliere dubbi urgenti. Per trovare Dio c’è tutta la vita, per prepararsi ai primi rapporti no».*
Come non darle ragione? I giovani sembrano, tutto sommato, un po’ sprovvisti di fronte alla sessualità. Troppo spesso nessuno dice loro, con sincerità, come affrontare certe situazioni della vita. Troppo spesso, quasi sempre, la conoscenza sulla sessualità è raccogliticcia e frutto di conversazioni sussurrate tra gli amici.
Il sesso, a scuola, non si insegna.
Si insegna religione cattolica. Una religione che definire sessuofobica è poco.
*Vittorio Zincone, Un’ora di sesso al posto di religione, in “Magazine”, 19 nov. 09.
Leggere i classici era l’invito di Italo Calvino in un celebre scritto; rileggere il classico è l’operazione svolta dal regista Francesco Torrigiani per l’edizione de Il barbiere di Siviglia di Gioacchino Rossigni, andato in scena sabato 14 e domenica 15 ottobre, nell’ambito del Bergamo Musica Festival al Teatro Donizetti.
Calvino scriveva : “I classici sono libri che quanto più si crede di conoscerli per sentito dire, tanto più, quando si leggono davvero si trovano nuovi, inaspettati, inediti”. Per Il Barbiere di Siviglia Torrigiani sceglie un’operazione forte e quasi radicale, la sua infatti diventa una storia di pirati con Rosina che è fatta prigioniera in una rocca e Figaro – bandana in testa – che prende quasi le vesti di un corsaro.
Sul palco i personaggi utilizzano piccole imbarcazioni a vela cavalcando le onde del fiume Guadalquivir (sulle rive del quale Siviglia è costruita).
In scena e nei costumi dominano le tonalità dell’azzurroma l’insieme scenografico per questo nuovo allestimento proposto dal Teatro dell’Opera Giocosa di Savoia risulta a tratti caotico, così come non del tutto amalgamata è l’intesa tra i cantanti e l’Orchestra Sinfonica di Sanremo diretta la maestro Elio Boncompagni.
Lo spettacolo sta dunque cercando ancora un equilibrio verso possibili margini di miglioramento soprattutto in relazioni alle voci che, ad eccezione del Figaro Damiano Salerno, hanno mancato a tratti di decisione e sono sembrate più attenti al loro ruolo di attori.
Letteralmente “paura” dell’omosessualità, l’omofobia è più che altro un comportamento discriminatorio al pari del razzismo o dell’antisemitismo tanto per intenderci. Chiave di volta del meccanismo discriminatorio sempre e solo una: la diversità. Si discrimina, percependo come non proprio pari, in quanto diverso appunto, chi portatore di questa o quella caratteristica, finendo nella migliore delle ipotesi per disprezzarlo.
Il problema insomma sta tutto in quel “diverso” che viene erroneamente percepito in senso negativo, come criticità, ostacolo, menomazione, piuttosto che come risorsa di nuove energie, di ricchezza per sé e per il collettivo, o anche solo come semplicemente alternativo.
Scandaloso quindi lo spot commissionato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, Ministero delle Pari Opportunità, per sensibilizzare l’opinione pubblica al problema della discriminazione omofobica. Se da un lato infatti lo spot prova a convincere che l’orientamento sessuale altrui non è una questione rilevante, con una sequela di “non importa” in merito a fatti inconsistenti appunto, dall’altro il vero messaggio che questo capolavoro della comunicazione finisce per trasmettere è un messaggio inequivocabilmente discriminatorio, omofobo ma non solo: “Non essere tu quello diverso”.
Non servono esperti per comprendere che nel biasimare la diversità si lancia un messaggio esattamente contrario alle intenzioni: diversità come comportamento da evitare per non incorrere in condanna sociale, ovvero discriminazione del diverso, ovvero omofobia appunto, ma anche razzismo per esempio.
Più che una “pubblicità progresso” come la si chiamava una volta, un vero e proprio invito alla regresssione sociale. Un capolavoro degno solo della pessima qualità della nostra rappresentanza politica e, per diretta correlazione, dell’italico popolo tutto.
"Uno storico avvenimento. Nel palazzo Lateranense, il Duce e il Cardinale Gasparri firmano l'accordo tra lo Stato Italiano e la Santa Sede". Disegno della "Domenica del Corriere"
Sul “Venerdì” oggi in edicola Curzio Maltese, nell’articolo titolato in modo significativo La crociata (medioevale) per tenere i crocifissi in aula, ha scritto parole illuminate contro coloro che si schierano a favore del crocifisso nelle aule scolastiche dello Stato italiano.
Ha ricordato ai difensori del crocifisso in aula che non è vero che tale simbolo religioso è anche simbolo dell’identità nazionale, in quanto, l’Italia – storicamente – è nata proprio combattendo contro lo Stato pontificio, tenacemente contrario all’unità nazionale.
Tra l’altro, Maltese scrive:
“[...] dall’Unità d’Italia fino al regime fascista i crocifissi sono banditi dalle aule scolastiche come da qualsiasi altro edificio pubblico. Il crocifisso a scuola non è un simbolo della nazione, ma del fascismo”.
Nel 1861 l’unità d’Italia, dunque, si ebbe combattendo contro lo Stato pontificio.
Aggiungiamo che, oggi, per poter avere un’Italia al passo coi tempi, moderna, laica e garante dei diritti di ognuno, è necessario lottare di nuovo contro uno Stato, qual è il Vaticano, che si dimostra giorno dopo giorno essere ottuso e retrogrado.
L’Italia (e chi la governa) deve affrancarsi da una sudditanza culturale e politica nei confronti dei vertici della Chiesa che non ha ragione di esistere.
L’Italia deve tornare a essere un Paese libero!
Danza sul velluto sul cristallo
Del tuo tempo meno bello, e qualcuno con te.
…
Danza bella donna piccola donna
Distorsione del tempo e qualcuno con te.
…
Tu danza sul dolore e la danza consumera’
Noi lasciamo che sappia il cielo quello che sa’
…
Danza e piu’ chiarezza e pudore
E meno rabbia e piu’ amore e’ gia’ qualcosa che va’.
…
Danza, sulla tua strada che danza
Sulla tua casa che danza se non puoi fare di piu’
Danza sulla tua vita che daaanza
Su tutto quello che manca, se non puoi fare di piu’
Ohhh si, danza. Su tutto quello che manca…danza
Si apre con le parole dell’incisiva canzone di Mia Martini il Simposio organizzato il 5 novembre da Teatro Prova per una giornata dedicata al valore sociale, culturale, riabilitativo e terapeutico del teatro. Il progetto «Teatro buona medicina-azioni sociali delle arti», realizzato da Silvia Barbieri, Oreste Castagna e Ferruccio Graziotto, è stato presentato e condiviso nella mattinata del 5 novembre con i rappresentanti delle istituzioni, della scuola e dell’università, dell’Asl, delle fondazioni e delle associazioni, in Sala Piatti, in Città Alta.
«Questo momento – spiega Silvia Barbieri de Il Teatro Prova – è stato finalizzato a sottolineare e rendere visibili 25 anni di lavoro nei quali il valore dell’arte si è affermato come possibilità di cura e come azione culturale e sociale. Dal 5 al 7 novembre abbiamo creato le condizioni per un’ analisi del valore della messa in rete di progetti che, appunto, usano le arti performative in ambito socio-assistenziale».
I lavori del Simposio tenutosi presso il Teatro San Giorgio, nel pomeriggio del 5 novembre, hanno affrontato a 360 con il valore del teatro Arte che cura attraverso racconti, testimonianze, performance e video di esperienze sociali nei settori della disabilità, della psichiatria, del carcere, della terza età, dell’intercultura, della tossicodipendenza, dell’affido familiare.
Tra gli interventi più incisivi vi è stato quello di Ivo Lizzola, Preside della Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Bergamo : “In questi anni l’esperienza del Teatro come Cura è stata tra le più preziose di quelle sviluppate sul nostro territorio, è stata una componente importante per riuscire a tessere forme di cura tra donne e uomini, generazioni, famiglie in situazioni di difficoltà.
Quando il Teatro entra in dialogo con i disabili, i malati psichiatrici, i carcerati va a curare i paradigmi nei quali sono ingabbiate le istituzioni ospedaliere, carcerari, scolastiche. Il Teatro risana l’ambiente perché si faccia più ospitale e torni alla propria ragione d’origine: quella del non lasciare solo chi è in situazioni di difficoltà. Il Teatro è dunque curativo per le organizzazioni ed è una grande possibilità di incontro tra le persone: danza e teatro danno risposte reciproche del rapporto dei corpi, mettono in comunicazione le anime attraverso il contatto e la gestualità”.
La sera del 6 novembre vi è stata inoltre l’importante anteprima di «Ragazze stupefacenti»: un nuovo spettacolo che affronta il tema della prevenzione verso l’abuso di sostanze stupefacenti. In scena due giovani allieve attrici ospiti della comunità di recupero Casa Aurora di Cologno al Serio. «Obiettivo di questa rappresentazione – sottolinea ancora Silvia Barbieri, curatrice del progetto – è quello di abbattere i muri dei luoghi di cura e di valorizzare l’attore sociale, quelle persone che grazie al lavoro teatrale portano fuori dal luogo di cura la loro realtà e la loro esperienza. Queste persone poi diventano veicolo formidabile per sostenere una cultura che non discrimini il debole e metta al centro il valore della persona». L’iniziativa si è conclusa sabato, sempre al Teatro San Giorgio, con il debutto nazionale dello spettacolo «Raccolti per strada» della compagnia Il Teatro Prova e dell’Associazione Artea Teatro Europa sulla sensibilizzazione al problema degli incidenti stradali.
Una piccola guida per conoscere meglio il cuore sociale della cultura bergamasca. Parliamo di Teatro Donizetti, la guida che Andreina Moretti ha curato per Little Mercury Edizioni, nella collana PetitMuseum: si tratta di un ciclo di agili volumetti (una trentina di pagine, in formato più che tascabile) dedicati a musei, chiese, palazzi e altri luoghi d’interesse storico, rivolti a un pubblico di viaggiatori e visitatori desiderosi di rapide informazioni essenziali. L’opuscolo sulla storica sala cittadina è stato presentato venerdì pomeriggio al Salone Riccardi del Donizetti.
Andreina Morettida sempre vive per e in Teatro, nella sua storia vi sono l’adesione al Teato Tascabile dal 1965, la realizzazione della Biblioteca dello Spettacolo per il Comune di Bergamo, mostre e cicli d’incontri. Memoria storica e soprattutto anima sensibile con sguardo attento, Andreina Moretti è dunque la guida ideale per descrive scorci preziosi e particolari del Teatro DOnizetti.
Il libro PetitMuseum – la cui idea nasce dall’iniziativa dal Teatro Donizetti e dell’assessorato alla Cultura – punta a valorizzare il massimo teatro municipale al di là del pubblico specialistico e della semplice proposta spettacolare. II volumetto (pubblicato anche in inglese) è anche un pregevole saggio architettonico e un piccolo scrigno d’arte visiva.
«Spesso guardiamo senza vedere», ha spiegato Moretti nel corso della conferenza-stampa, a cui hanno presenziato anche l’assessore Claudia Sartirani e, fra il pubblico, il nuovo consulente alla stagione di prosa, Luigi Ceccarelli. «Questa piccola guida – prosegue Moretti – vuole offrire uno stimolo a conoscere meglio ciò che ci circonda». Così Teatro Donizetti ripercorre velocemente la storia del teatro cittadino, che ben rispecchia la storia della città. E, al tempo stesso, focalizza l’attenzione sulle opere che esso contiene, come l’affresco sul soffitto della platea di Francesco Domenighini o il dipinto di Alberto Maironi in Salone Riccardi.