Cyrano: le ombre e il raggio di luna

25 Novembre 2009

Non posso fare attendere il raggio di luna che è venuto a prendermi”: ci saluta così l’intenso personaggio di Cyrano de Bergerac: lo sconfitto, suggeritore della vita e dell’opera di altri, messo interpretato da Massimo Popolizio al Teatro Donizetti fino al 29 novembre.
Una figura che è un grumo denso di sentimenti, che ci indica ignoti passaggi dell’esistenza, mescola estetica e vita.
Quando se ne va, porta nel mondo delle ombre il suo gran naso, simbolo diversità, di una difformità che è anche marchio di unicità intellettuale e dialettica.

Per questa piece tratta dalla vera storia di Savine Cyrano de Bergerac, poeta libero e pensatore realmente vissuto in Francia nel XXVII secolo, il regista Daniele Abbado, sceglie come luogo principale dell’azione un’Arena dai bordi dorati che diventa luogo di schermaglie verbali, acrobazie della parola, ambiente maschio di confronto tra soldati e schermidori, spazio dei sentimenti e dimensione magica di luce e buio nella II scena del I atto.
Un territorio riservato anche all’Amore: quello impossibile e nascosto di Cyrano, straordinario spadaccino dotato di un naso diventato celebre, per la cugina Rossana.
Una giovane donna, innamorata del bello ma poco raffinato Cristiano, con il quale Cyrano stringe un patto e gli presta le proprie arti poetiche e oratorie per conquistare il cuore di questa donna dai tratti tizianeschi con lunga chioma bionda, abito bianco e soprabito rosso carminio interpretata da Viola Porcaro.
Un particolare triangolo amoroso reso ancor più intrigante dalle scene di Graziano Gregari che giocano con sospesi rimandi all’insondabile ed enigmatica pittura di Magritte proprio nella figura di Rossana e il rimando alle teste di donna del pittore surrealista (come quella de La Fata ignorante), alla dimensione aerea scelta per l’apparizione in scena del personaggio femminile poggiato su di un piano fluttuante, nel cielo, a sbalzo sui due amanti; o ancora con la continua presenza di maschere a coprire il volto dei personaggi che certo ricordano il celebre Souvenire de voyage Soltanto in punto di morte Cyrano troverà il coraggio di uscire da un’ombra durata quindici anni, per svelarsi a Rossana e a se stesso, concludendo in tal modo il suo percorso terreno.
Il Cyrano creato dall’autore Edmond Rostand è un acrobata della parola, animato da una follia poetica, e interpretato intensamente ed efficacemente da Massimo Popolizio, che fa del personaggio un uomo moderno che «risponde con la poesia alla volgarità della vita» e che forse avrebbe potuto essere ancora più un innamorato.

dal 24 al 29 novembre 2009 TEATRO DONIZETTI- Bergamo
CYRANO DE BERGERAC
di Edmond Rostand

regia Daniele Abbado
scene Graziano Gregari; costumi Carla Teti; suono Hubert Westkemper; luci Angelo Linzalata; coreografie Simona Bucci; maestro d’armi Francesco Manetti
con Massimo Popolizio
e con Stefano Alessandroni, Roberto Baldassari, Luca Bastianello, Giovanni Battaglia, Luca Campanella, Dario Cantarelli, Simone Ciampi, Flavio Francucci, Andrea Gherpelli, Davide Lora, Marco Maccieri, Elisabetta Piccolomini, Viola Pornaro, Mauro Santopietro e Carlotta Viscovo

produzione Teatro di Roma


Arte come Cura: la forza del teatro

9 Novembre 2009

ImmagineDanza di Mia Martini

Danza sul velluto sul cristallo
Del tuo tempo meno bello, e qualcuno con te.

Danza bella donna piccola donna
Distorsione del tempo e qualcuno con te.

Tu danza sul dolore e la danza consumera’
Noi lasciamo che sappia il cielo quello che sa’

Danza e piu’ chiarezza e pudore
E meno rabbia e piu’ amore e’ gia’ qualcosa che va’.

Danza, sulla tua strada che danza
Sulla tua casa che danza se non puoi fare di piu’

Danza sulla tua vita che daaanza
Su tutto quello che manca, se non puoi fare di piu’
Ohhh si, danza. Su tutto quello che manca…danza

Si apre con le parole dell’incisiva canzone di Mia Martini il Simposio organizzato il 5 novembre da Teatro Prova per una giornata dedicata al valore sociale, culturale, riabilitativo e terapeutico del teatro. Il progetto «Teatro buona medicina-azioni sociali delle arti», realizzato da Silvia Barbieri, Oreste Castagna e Ferruccio Graziotto, è stato presentato e condiviso nella mattinata del 5 novembre con i rappresentanti delle istituzioni, della scuola e dell’università, dell’Asl, delle fondazioni e delle associazioni, in Sala Piatti, in Città Alta.
«Questo momento – spiega Silvia Barbieri de Il Teatro Prova – è stato finalizzato a sottolineare e rendere visibili 25 anni di lavoro nei quali il valore dell’arte si è affermato come possibilità di cura e come azione culturale e sociale. Dal 5 al 7 novembre abbiamo creato le condizioni per un’ analisi del valore della messa in rete di progetti che, appunto, usano le arti performative in ambito socio-assistenziale».
I lavori del Simposio tenutosi presso il Teatro San Giorgio, nel pomeriggio del 5 novembre, hanno affrontato a 360 con il valore del teatro Arte che cura attraverso racconti, testimonianze, performance e video di esperienze sociali nei settori della disabilità, della psichiatria, del carcere, della terza età, dell’intercultura, della tossicodipendenza, dell’affido familiare.
Tra gli interventi più incisivi vi è stato quello di Ivo Lizzola, Preside della Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Bergamo : “In questi anni l’esperienza del Teatro come Cura è stata tra le più preziose di quelle sviluppate sul nostro territorio, è stata una componente importante per riuscire a tessere forme di cura tra donne e uomini, generazioni, famiglie in situazioni di difficoltà.
Quando il Teatro entra in dialogo con i disabili, i malati psichiatrici, i carcerati va a curare i paradigmi nei quali sono ingabbiate le istituzioni ospedaliere, carcerari, scolastiche. Il Teatro risana l’ambiente perché si faccia più ospitale e torni alla propria ragione d’origine: quella del non lasciare solo chi è in situazioni di difficoltà. Il Teatro è dunque curativo per le organizzazioni ed è una grande possibilità di incontro tra le persone: danza e teatro danno risposte reciproche del rapporto dei corpi, mettono in comunicazione le anime attraverso il contatto e la gestualità”.
La sera del 6 novembre vi è stata inoltre l’importante anteprima di «Ragazze stupefacenti»: un nuovo spettacolo che affronta il tema della prevenzione verso l’abuso di sostanze stupefacenti. In scena due giovani allieve attrici ospiti della comunità di recupero Casa Aurora di Cologno al Serio. «Obiettivo di questa rappresentazione – sottolinea ancora Silvia Barbieri, curatrice del progetto – è quello di abbattere i muri dei luoghi di cura e di valorizzare l’attore sociale, quelle persone che grazie al lavoro teatrale portano fuori dal luogo di cura la loro realtà e la loro esperienza. Queste persone poi diventano veicolo formidabile per sostenere una cultura che non discrimini il debole e metta al centro il valore della persona». L’iniziativa si è conclusa sabato, sempre al Teatro San Giorgio, con il debutto nazionale dello spettacolo «Raccolti per strada» della compagnia Il Teatro Prova e dell’Associazione Artea Teatro Europa sulla sensibilizzazione al problema degli incidenti stradali.


Leggiadre cromie dall’antica roma

22 Ottobre 2009

01bNon bisogna togliere il merito a studios (o ludus) vissuto in età augustea, che per primo inventò l’assai leggiadra pittura delle pareti raffiguarndovi ville, portici e tenui passeggiate, boschetti sacri, colline, fiumi, spiagge, secondo i desideri di ognuno, e in quell’ambiente ambientò vari tipi di persone che passeggiano o navigano, oppure che si distinguono per terra verso ville su asinelli o carri, oppure che pescano o cacciano o anche vendemmiano.
Tra i suoi soggetti compaiono anche delle nobili dimore di campagna, raggiungibili attraversando una palude, e delle donne prese il collo da trepidi facchini, e mostra moltissime altre forme simili, rappresentante con squisita grazia.
La stessa pittura cominciò poi a dipingere città marittime
su muri all’aperto, opere di bellezza inaspettata e costate pochissimo”
Plinio il Vecchio, La Storia Naturale, XXXV, 116

Il mondo antico era un mondo colorato, capace di riprodurre eventi storici, mitologici ma anche aspetti della natura e della vita quotidiana, usando realismo e poesia. I monumenti pubblici e le statue erano tutti policromi e i marmi quasi sempre colorati: il bianco era sempre inserito nell’ambito di un complesso gioco cromatico. Sculture e stucchi erano dipinti spesso con incantevole e fresca vivacità: è, invece, diventato un luogo comune identificare il “classico” con la trasparenza dei marmi bianchi.
Il tempo cancella i colori, polverizza il legno, leviga e sottrae, mentre restano la pietra e il marmo sbiancato. Della pittura di decorazione di edifici e ambienti, invece, si è conservato relativamente poco. Così come poco o nulla di quella su legno. E per questo facciamo ancora fatica a pensare il mondo antico come “a colori”.
Nemmeno la scoperta di Pompei e di Ercolano, nella metà del ‘700, ha reso evidente il concetto di colore nell’arte classica. Sotto l’influsso di una lettura “classicistica”, spesso accademica, l’arte antica tra la fine del Settecento e i primi decenni dell’Ottocento ha continuato a essere pensata come l’arte delle statue in marmo bianco. Ma quest’idea è lontana dalla realtà storica e, inoltre, per i Romani, come per i Greci, l’arte vera era la pittura, non la scultura: questa esposizione ce lo racconta.
Roma. La pittura di un Impero è una mostra che documenta e disegna lo sviluppo della pittura romana nei secoli: nata all’insegna di un forte elemento di continuità con l’arte greca e diventata, a sua volta, modello ispiratore per i secoli successivi.
Alle Scuderie del Quirinale, il pubblico può rendersi conto di quanto fosse alto il livello qualitativo della pittura romana e, nelle numerose analogie come nelle altrettanto numerose divergenze, potrà capire il rapporto tra l’antico e il moderno, a partire dalle tecniche adottate dalla pittura europea: dal Rinascimento in poi, fino a quelle usate dagli Impressionisti: tutte di evidente derivazione antica.
I pittori romani, infatti, come i nostri moderni impressionisti, usavano una pittura rapida, a macchia, giocata su tocchi di colore che sottintendevano una visione ‘distanziata’ perché basata su un’interpretazione soggettiva, e ottica, del vero. Non solo questa tecnica è già presente in epoca romana, ma il livello qualitativo di alcuni affreschi, per la freschezza del loro linguaggio, sembra anticipare soluzioni artistiche del periodo compreso tra il Cinquecento e l’Ottocento.
Sul fronte delle divergenze, invece, si dovrà osservare la diversa concezione spaziale alla base della visione del pittore romano. Scarsamente interessati al sistema di prospettiva lineare a fuoco unico “inventata” dagli architetti italiani nei primi decenni del Quattrocento, i romani distribuivano gli oggetti nello spazio liberamente, senza rigide costrizioni prospettiche. In tal modo non esiste fusione tra spazio e oggetti, che sembrano essere disposti l’uno a fianco dell’altro, o l’uno sopra l’altro, lasciando l’impressione di una certa instabilità dell’immagine.
Scenografie parietali, paesaggi bucolici e agresti, vedute di ville e di santuari rurali popolati da figurine che ricordano i presepi napoletani, vedute di giardini: sono questi i soggetti della prima parte dello mostra, seguiti da una scelta di raffigurazioni pittoriche della mitologia greca. Amore e Psiche, Polifemo e Galatea, Ercole e Telefo, Perseo e Andromeda: alle raffigurazioni di questi personaggi dell’immaginario mitologico greco – che tanta importanza ebbe nella cultura figurativa imperiale romana – si affiancano le bellissime rappresentazioni di aure (le rappresentazioni dei Venti), ninfe, menadi e satiri librati in aria, come sospesi nel vento che muove i loro panneggi, ma anche scene di vita quotidiana, immagini erotiche e nature morte che ne costituiscono la seconda parte.
Un capitolo a parte merita la sezione finale sulla ritrattistica. Per la prima volta in Italia si possono ammirare, in confronto diretto, alcuni esempi di ritrattistica ad affresco, a mosaico o su vetro, rinvenuti direttamente in Italia, accanto ai più celebrati ritratti a ‘encausto’ (vale a dire a cera fusa su tela di lino o tavola di tiglio) dell’oasi egiziana di El Fayyum. E se l’accostamento è illuminante per documentare la perfetta continuità del genere del ritratto, il visitatore sarà rapito da quegli occhi spalancati, da quella vita profonda e dal senso di enigmaticità che sempre ci tramandano i volti anonimi ritratti di ogni epoca. Questi, ancora più segreti e pieni di mistero perché l’arte romana è un’arte senza nomi.
Era fortissimo, infatti, il disprezzo per coloro che svolgevano attività a base artigianale, e in questa categoria rientravano anche gli scultori e i pittori, dei quali si potevano ammirare le opere ma senza nascondere la scarsa considerazione nei confronti del loro rango sociale. Basti ricordare il caso di quel Gaio Fabio Pittore, nobile di nascita, ricordato da Valerio Massimo per essersi ‘abbassato al ruolo di artista’, uno dei pochissimi nomi a noi pervenuti: buona parte della produzione pittorica romana è composta da capolavori di artisti ignoti.
La mostra delle Scuderie vuole anche ribadire che per “pittura romana” si intende un’arte che va oltre alle testimonianze, sia pure straordinarie, di Pompei ed Ercolano (distrutte dall’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C., durante il principato di Tito): è anche l’arte di un Impero fotografata al massimo della sua espansione sotto i regni di Domiziano, Traiano, Adriano e Marco Aurelio. Quando si parla di un’arte dell’impero romano non ci si può limitare al periodo di vita di due città campane: si deve andare fino alle soglie del tardo-antico, all’epoca degli ultimi grandi principi dell’impero romano, Costantino e Teodosio.
Gli oltre cento, straordinari, pezzi di perfetta eleganza e raffinatezza che arrivano dai più importanti siti archeologici e musei del mondo, tra cui il Louvre, il British Museum, gli Staatliche Museen di Berlino, l’Antikensammlung di Monaco, il Liebighaus di Francoforte, il Museo dell’Università di Zurigo, ma anche il Museo Archeologico di Napoli, gli Scavi di Pompei, il Museo Nazionale Romano e i Musei Vaticani, intendono dare un quadro il più ampio possibile della “pittura romana” in un’ottica sapiente, capace di aprire lo sguardo ad un modo più intenso, fresco ed emozionante di guardare l’antico.
Questo sguardo fortemente emozionale rivela tutta la sua forza, e il senso del suo mistero, anche grazie all’allestimento di Luca Ronconi e Margherita Palli che, dopo “Cina. Nascita di un Impero”, tornano ad occuparsi di una grande mostra alle Scuderie del Quirinale: alla scoperta della pittura nell’arte antica Roma.
L’esposizione è Sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica Italiana.
Curata da Eugenio La Rocca con Serena Ensoli, Stefano Tortorella e con Massimiliano Papini, la mostra racconta il ruolo centrale della pittura nella società civile romana, sottolineandone l’originalità e superando il concetto acquisito di una sua dipendenza passiva dall’arte greca. Ne risulta così evidenziata la linea di sorprendente continuità con la cultura figurativa moderna, a partire dal Rinascimento.

La pittura di un Impero
Dal 24 settembre 2009 al 17 gennaio 2010 il fasto del colore dell’Antica Roma
nell’allestimento di Luca Ronconi e Margherita Palli
Scuderie del Quirinale.
Il catalogo “Roma. La pittura di un Impero” è pubblicato dalle edizioni Skira, che è anche sponsor dell’esposizione, e curato da Eugenio La Rocca. Testi di Serena Ensoli, Stefano Tortorella, Massimiliano Papini, Barbara Bianchi, Barbara Borg, Stefano De Caro, Jaç Elsner, Andrew Wallace-Hadrill, Paul Zanker.


Per L’elisir d’amore un piacere estetico

19 Ottobre 2009

elisir_amore1B-%20jean-honore-fragonard-i-fortunati-casi-dell-altalena-1766-londra-wallace-collection Un piacere estetico, un sottile e raffinato gioco tra la pittura del XVIII secolo e la musica di Gaetano Donizetti, tra le parole del libretto di Felice Romani e la moda del primo ‘800, tra delicate cromie e rimandi all’elegante letteratura del tempo: è questo che conquista nella nuova produzione de L’elisir d’amore andato in scena al Teatro Donizetti di Bergamo, venerdì 16 ottobre e domenica 18, per il Bergamo Musica Festival.
Sulla scena i personaggi indossano costumi nobili e leggiadri di primo Ottocento, alla Jane Austen di Ragione e Sentimento oppure di Orgoglio e Pregiudizio: Francesco Bellotto, alla regia con l’assistenza di Piera Ravasio e con i costumi di Francesca Aceti, non sceglie la tradizionale ambientazione agreste ma ambienta la vicenda nel giardino della fattoria di Adina, una villa con parco elegante all’inglese in clima aristocratico, come la bella e capricciosa protagonista femminile vanamente amata da Nemorino.
Il tutto tra gli sguardi dei soldati del reggimento di Belcore, vestiti con stile di taglio napoleonico, che in un fare giocoso possono persino ricordare il cinematografico Capitan Uncino di Dustin Hofmann in un Peter Pan di qualche anno fa.
La scena si apre con un’altalena in mezzo al palco e subito, sulla destra, appare il rimando alla celebre I fortunati casi dell’altalena del pittore francese J. Honore Fragonard (1766). A seguire, tra le chiare e radiose cromie dei costumi, gli sfondi e i gesti degli attori ci riportano anche ai dipinti di Pompeo Batoni, Chardin, e non ultimo al L’imbarco per Citera di Watteau quando, verso la fine del I atto, il coro e i cantanti principali si voltano di spalle e guardano in un’atmosfera tra il melanconico e il sospeso l’orizzonte lontano.
Raffinata l’ambientazione nel giardino all’inglese, capace di unire il gusto del rudere e per una natura apparentemente selvaggia a qualche residuo di disciplina architettonica dei giardini all’italiana.
Letterario il rimando della siepe ingabbiata che ci riporta al verso leopardiano de L’Infinito “…che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude”.
Le danzatrici dai capelli ondulati e le movenze sinuose, avvolte in costumi-peplo color fuoco, sono quelle delle pittura che Canova elabora per studiare la tematica delle Tre Grazie e de Le Danzanti, mentre il Dulcamara dal parruccone grigiastro, la blusa bianca dai ricchi pizzi e la fusciacca bordeaux ricamata d’oro ci riporta agli occhi i risultati della grande pittura di Fra Galgario.
Il regista non scorda nemmeno la storia del Teatro e nella scelta delicata di inserire la magia delle lucciole nel II atto, ed in particolare nel cruciale momento della romanza Furtiva lagrima cantata da Nemorino, utilizza l’espediente che nel ‘700 a Venezia animava i teatri d’opera e di commedia creando le basi per la storia del cinema (documenti e ricostruzioni presso Museo del Cinema di Torino, I piano).
Un allestimento non comune, nuovo eppur rispettoso, che in GIappone nei mesi invernali verrà proposto nel corso della tournèe internaizonale del Bergamo Musica Festival.Imbarco_per_Citera


La Traviata e Mariella Devia

5 Ottobre 2009

traviata3E’ un’edizione de La Traviata che si ricorderà soprattutto per le voci e l’interpretazione (nella prima rappresentazione) del grande soprano Mariella Devia, quella andata in scena nell’ambito del Bergamo Musica Festival venerdì 2 e domenica 4 ottobre. L’Opera, che dopo la Linda di Chamounix al Teatro Sociale, ha inaugurato anche al teatro Donizetti la Stagione lirica 2009-2010, si ricorderà soprattutto per le voci. Devia è stata ineccepibile nelle estreme difficoltà richieste dal suo ruolo nel I atto; coinvolgente nelle effusioni intense e vivide – da soprano drammatico – del II atto; struggente nel III. Valido anche il resto del cast con il tenore spagnolo Antonio Gandia, ben sposato con la Devia soprattutto nei duetti, e ottima la prova del baritono Luca Salsi nel ruolo di Giorgio Germont, il padre di Alfredo, il motore di tutta la tragedia dei due giovani e di Violetta in particolare. Valutazione positiva e rassicurante per la Fondazione Donizetti che porterà questa Traviata in tournèe in Giappone nel mese di gennaio insieme a L’Elisir d’amore, che vedremo a Bergamo il 16 e 18 ottobre. L’allestimento si è incentrato sulla scelta eclettica, così come è la sua formazione, del regista veronese Paolo Panizza e il suo lavoro di supervisione ha ricordato molto l’allestimento che elaborò per I Puritani della scorsa stagione. Un linguaggio con numerosi rimandi interni alla propria produzione; dall’acconciatura rosso-bionda della protagonista, all’uso piramidale delle comparse nelle scene affollate, alle decorazioni marcate negli arredi e nei costumi. Nessuna trasgressione per questa Traviata, che Panizza ha deciso di spostare in avanti come allestimento cronologico con l’intento di rendere la protagonista più vicina ed attuale al pubblico. Una scelta non errata, ma forse resa eccessivamente complessa dalle troppe sovrapposizioni di stili poste in scena da Italo Grassi: i paraventi orientaleggianti rimandavano alla Parigi degli anni ’70 dell’800 e alla pittura impressionista che trasse spunti preziosi dall’arte giapponese, mentre i fondali con sagome femminili in puro stile Liberty spostavano in avanti l’orologio del tempo creando alcuni passaggi non del tutto scorrevoli. Positivo in ogni caso il risultato complessivo che ha portato alla luce le sfumature di quest’opera verdiana dove Violetta è una donna-icona, ambita e poi abbandonata da tutti: incorniciata nel tondo multifunzionale presente in tutte le scene come una cornice dai momenti di festa, al letto di morte a conclusione del dramma.


L’ultimo giorno dell’umanità

4 Luglio 2009

In questo inizio d’estate si fanno sempre più insistenti le voci che ricordano che i Maya hanno profetizzato che il 21 dicembre 2012 sarà l’ultimo giorno di questa Era.

A questo punto scatta il sondaggino: che cosa farai il 20 dicembre 2012? Come e con chi passerai l’ultimo giorno dell’umanità?

Nei commenti puoi approfondire la tua risposta al sondaggio.



Pensando a Sergio Ferrero: Letture Amene sotto il berceau 2009

11 Giugno 2009

ferrero1Letture Amene sotto il berceau, quarta  rassegna di incontri estivi al circolino di Città Alta con “vecchi” scrittori diventati amici e nuovi in via di diventarlo. La rassegna en plein air voluta da Aldo Ghilardi, presidente della “Cooperativa Città Alta” e dai suoi collaboratori , è organizzata da Mimma Forlani,  che ha potuto contare sull’aiuto dell’associazione Il Cavaliere Giallo, delle librerie Palomar, Punto a Capo e Parnaso così come di  molti amici. I cinque appuntamenti estivi sono incontri di ricordi, d’amicizia e di lettura in cui anche  il divertimento non è mai disgiunto dalle riflessioni che allargano gli orizzonti individuali e  rispondono ai molti perché posti dal  lettore al libro, in una sorta di muto colloquio con l’autore.
Quest’anno Letture Amene sotto il berceau sono dedicate a Sergio Ferrero, lo scrittore che a Bergamo aveva una nutrita “associazione di amici”. Mercoledì 17 giugno, alle ore 18,15 sarà il momento del ricordo dell’uomo che fece la sua ultima uscita pubblica  proprio al Circolino, luogo che amava in modo particolare. Nel 2005 sotto il berceau di vite canadese Antonio Franchini  e Sergio Ferrero fecero una presentazione incrociata dei loro ultimi libri: il primo, essendone  anche stato l’editor,  presentò la raccolta di dieci racconti Il cancello nero (Mondadori) il secondo, da lettore avido e appassionato, presentò il romanzo Cronaca di una fine (Marsilio).
Quest’incontro diede di fatto inizio alle rassegne successive.  Sergio Ferrero ritornò nel 2007 a presentare l’ultimo romanzo di  Laura Bosio Stagioni dell’acqua ( Longanesi)  e lo scorso anno, pur  visibilmente segnato dal male incurabile che gli stava devastando il fegato, non volle mancare all’appuntamento con i suoi amici bergamaschi ai quali presentò il librino illustrato di Serena Vitale, Tre racconti di gatti, ( Salani).
Ma le occasioni per godere della compagnia di Sergio sono state molte in questi anni e nell’incontro ricordo del 17 si parlerà certamente dell’uomo, dell’intellettuale, soprattutto dello scrittore che deve ancora essere scoperto nella sua capacità narrativa che traspare da una scrittura controllata e “classica”. A parlare di Sergio Ferrero saranno gli scrittori amici Basilio Luoni, Daniela Pizzagalli, Laura Bosio e Francesco Rognoni. Alberto Calvi, altro amico di Sergio,  leggerà  alcuni frammenti tratti dai suoi scritti. Sarà l’occasione sia per riandare alle pagine già note ma anche per scoprire Sergio Ferrero- poeta e Sergio Ferrero, scrittore di libri per l’infanzia.
Mercoledì 24 giugno, ore 18,15 secondo incontro con Isabella Bossi Fedrigotti, sempre all’insegna del ricordo di Sergio che leggeva con premura, curiosità e passione i libri della scrittrice amica e se ne faceva promotore, organizzando presentazioni nelle numerose librerie che egli conosceva.
Il libro di Isabella Il primo figlio, Rizzoli, 2008, è un trittico in cui le protagoniste sono tre donne, Teresa, “nata alla fine della guerra, in montagna”, Maria, padre nella Wehrmacht, madre ebrea, nata a Strasburgo quando la città era tedesca ed infine la bella e vitalissima Sofia che ama stare in cucina, luogo di  grande conforto e complicità per le donne di un tempo. Letture di Aide Bosio.
Venerdì 3 luglio, terzo incontro con protagonisti Daniele Marcheschi, critica di vaglia, saggista e scrittrice, e Guido Conti, scrittore ed editore. In uno scambio che si preannuncia “scintillante” i due scrittori amici presenteranno a vicenda le loro ultime opera. Per Daniela L’alloro di Svezia, un lungo saggio in cui sono pubblicati le motivazioni ufficiali degli Accademici di Svezia, per l’alloro attribuito a Giosuè Carducci, Grazie Deledda, Luigi Pirandello, Salvatore Quasimondo, Eugenio Montale e Dario Fo. Il libro che ci offre il punto di vista degli illustri accademici sulla nostra letteratura è stato pubblicato dalla casa editrice di Parma Mup nel 2008, mentre quest’anno Daniela Marcheschi, biografa di Pontiggia, ha coronato le sue mai interrotte ricerche sull’ opera di Beppo riuscendo a pubblicare Le vie dorate: con Giuseppe Pontiggia. Grazie a lei i lettori bergamaschi potranno conoscere nella luce migliore Guido Conti, uno dei nostri grandi affabulatori contemporanei, che ambienta le sue storie nelle pianure attraversate dal Po dove realtà e fantasia si mescolano in un clima  tragicomico. Conti continua in modo personale la nostra grande e nutrita letteratura che esplora il comico nelle sue varie declinazioni. E basti citare  Giovanni Boccaccio, Teofilo Folengo, Ludovico Ariosto, Luigi Pirandello, Cesare Zavattini, Achille Campanile e Giovanni Guareschi di cui Guido Conti è grande studioso. Nel corso della serata si parlerà del romanzo  Il tramonto sulla pianura  pubblicato dallo scrittore parmense quattro anni fa e che si propone in lettura  perché di una bellezza tenera e beffarda,  e non si dimenticherà certamente di soffermarci su Giovannino Guareschi, biografia di uno scrittore, edito da Rizzoli lo scorso anno per ricordare il centenario della nascita del padre di Peppone e don Camillo, anch’egli nato a Parma.      
Letture di Aide Bosio.
Venerdì 10 luglio,  il quarto incontro sarà  al Seminarino di via Tassis, n.18, Città Alta. Nel chiostro ci sarà la presentazione musicale di La tromba a cilindri. La musica, io e Pisolini, Ibis, 2008,  il libro scritto a quattro mani da Guido Mazzon, uno dei primi jazzman italiani, suonatore di tromba  e Guido Bosticco, giornalista e scrittore. Lungo le pagine del libro si dipana il discorso sulla creatività che nasce dai  suoni  sia  musicali sia  poetici. Il viaggio parallelo nella poesia e musica parte dal Friuli, terra di Pier Paolo Pisolini, che scrive i suoi primi versi in dialetto, terra del cugino poeta Nico Naldini ed anche di Guido Mazzon, anch’egli imparentato con Pasolini che ritorna alla loro comune infanzia attraverso suoni della tromba a cilindri. Nel libro il dialogo tra musica e poesia, tra un io, Guido  Mazzon e un  tu, Guido Bosticco, invita il lettore a ritornare al Pier Paolo Pasolini più segreto, colto agli albori della sua  scrittura letteraria. Letture di Diego Bonifaccio
Quinto incontro sempre al Circolino. Venerdì 17 luglio, ore 18,15  ritornano  a Bergamo gli amici emiliani: Gino Ruozzi presenterà Storie invisibili  il libro di Messori che lui stesso ha curato, pubblicato da Diabasis. Nella prefazione Ruozzi scrive: “Storie invisibili è una raccolta di racconti, la misura narrativa congeniale a Messori. I suoi testi brevi sono frammenti e spaccati di vita, di esperienze, di emozioni, di percezioni, nella prevalente dimensione personale dell’incanto”. Tutti i lettori bergamaschi che hanno conosciuto Giorgio Messori e ne hanno letto i suoi libri lasciandosi  prendere dall’intimo  incanto che emana la sua scrittura, accoglieranno questo nuovo libro postumo come un dono.
Accanto a Gino Messori altri due amici emiliani, Daniele Benati di Reggio Emilia e Paolo Nori di Parma che propongono ai lettori una guida strana per scoprire di San Pietroburgo tra allegrie e malinconie, sbornie, sacrosante per conoscere lo spirito russo, cene e vagabondaggi, guidati nel loro itinerario da flâneurs dalla conoscenza della lingua e letteratura russa di cui Paolo Nori è specialista, e dallo spirito caustico e malinconico di Learco Pignagnoli, anti-eroe letterario di cui Daniele è il padre. Lo scorso anno Daniele Benati presentò al Circolino le Opere complete di Learco Pignagnoli, Aliberti Editore.
Non resta che annotare le date sull’agenda e prevedere una lunga serata con i dodici scrittori ospiti sotto il berceau dove l’incontro letterario sarà innaffiato dall’aperitivo offerto dalla Cooperativa e dall’eventuale cena.


I mitici anni ‘60

19 Maggio 2009

Baratella_Paolo_La_mano_rossa_1968_ost_emuls_60x50I MITICI ANNI ‘60

dipinti 15 maggio – 27 giugno 2009

La voglia di riprendere un’idea di famiglia, una passione per l’arte e la curiosità per un periodo artistico del tutto originale e imprevedibile nei risultati: da tutto questo nasce la nuova mostra curata da Beatrice Belllini e titolata I Mitici anni ‘60Presentiamo – spiega la curatrice – una serie di opere che mio padre aveva portato a Bergamo nella sua Galleria in un periodo di grande fermento artistico. Gli anni rappresentano un periodo storico molto significativo, durante il quale alcune vicende storico-politiche hanno influito in modo radicale sulla vita sociale e culturale in Italia. È un periodo di trasformazione anche nel mondo dell’arte con l’esaltazione della funzione di artista o la contemporanea logica di sparizione dell’artista stesso in favore di un gruppo, la presenza dell’oggetti nel quotidiano, la crisi del concetto di Arte, l’abolizione di ogni confine tra oggetto e oggetto d’arte, la sperimentazione di nuovi materiali”. Questa mostra è un omaggio ad alcuni di quegli artisti italiani che nel corso degli anni ’60 hanno saputo dare alla pittura una nuova linea, diversa e originale, ognuno con la propria individualità e modernità. Uno sguardo alle nuove generazioni di quegli anni che cercavano di creare un varco in cui proporre nuove idee: dalla critica politica all’analisi sociale, dalla Pop art di Paolo Baratella alla poetica romantica di Felice Canonico ed il Nouveau Realisme di Fernando De Filippi, dall’astrattismo lirico-strutturale di Galliano Mazzon alla polemica verso il consumismo di Edoardo Franceschini e alle polivolumetrie di Toni Fulgenzi. “Comune – spiega ancora Beatrice Bellini – a tutti è un nuovo atteggiamento nei confronti del mondo dell’arte e della sua immagine all’’interno della società, utilizzando diversi linguaggi artistici come mezzo di comunicazione. Diversi erano gli orientamenti di allora come diverse erano le tematiche e le problematiche affrontate dagli artisti, a volte suggerite da episodi di costume e di vera e propria moda, che rappresentano l’aspetto più epidermico di questo periodo. In ogni caso basti appena rilevare come manchi alla cultura artistica d’oggi l’impegno ideologico “collettivo”, il rigore metodologico e per così dire l’investitura morale che hanno caratterizzato certe linee della ricerca artistica in quegli anni”. Rappresentare un decennio di storia dell’arte non sarebbe dunque possibile attraverso una mostra che coglie solo alcuni aspetti del fermento artistico e culturale italiano degli anni ’60 ma è possibile, attraverso la trentina di opere esposte, immergersi ancora una volta in un’atmosfera affascinante ed evocativa, in un mondo di avanguardie, le cosiddette neoavanguardie, così lontane da quelle di oggi, ma in fondo non poi così diverse. La mostra offre anche una notevole selezione in opere di Sissa che, proprio in questo periodo, è protagonista anche di una mostra a Venezia a Palazzo Malipiero fino al 21 maggio. P. BARATELLA – G. BARGONI – V. BELLINI – F. CANONICO – F. DE FILIPPI – E. FRANCESCHINI – T. FULGENZI – E. MARIANI – G. MAZZON – R. NOTARI – E . PROMETTI – G. RAMELLA – V. SATTA – G. SECOMANDI – U. SISSA – R. VOLPINI Dove: Galleria d’arte Due Bi, 24122 Bergamo, via Broseta, 15 Orario: da martedì a sabato: 9.30-12.30 / 15.30-19.00 domenica e lunedì: su appuntamento Date: 15 maggio – 27 giugno 2009 Info: Galleria d’arte Due Bi dir. Beatrice Bellini 24122 Bergamo (Italy) – via Broseta, 15 Tel.e fax: +39.035.210163 info@galleriadarteduebi.it www.galleriadarteduebi.it


L’emozione di un Teatro rinato

10 Maggio 2009

Teatro Sociale di Bergamo

Teatro Sociale di Bergamo

Venerdì scorso è stato inaugurato il restaurato Teatro Sociale di Bergamo.

Ho sempre considerato il Teatro Sociale un luogo pieno di suggestione; un luogo magico e fascinoso.

Ho anche sempre sperato che esso venisse restaurato e usato nuovamente come luogo in cui agire lo spettacolo.

Venerdì scorso, di fronte al Teatro Sociale rimesso a nuovo e aperto al pubblico, ho provato un’intensa emozione.

L’emozione di assistere alla (ri)nascita di uno spazio teatrale; un luogo in cui le emozioni possano essere vissute e socializzate; esibite sia da chi le recita, sia da chi le vive.

Ora, dopo l’ottimo risultato raggiunto con il restauro, bisogna fare in modo che il Teatro Sociale possa vivere appieno, diventando anche un centro di produzione teatrale. Un luogo dove sperimentare, dove condividere idee e progetti.

Un luogo vitale e non una bomboniera inutile piazzata nel salotto buono della città.


Lang Lang…un ponte per la musica

4 Maggio 2009

lang-lang_001587_2_mainpictureNon ancora 30 anni, scarpe da ginnastica e una pettinatura che sfida la forza di gravità: è così che appare il pianista Lang Lang sul programma di sala dell’esclusivo concerto tenuto al Teatro Grande di Brescia il 3 maggio, in occasione della consegna del Premio Arturo Benedetti Michelangeli, nell’ambito del 46° Festival Pianistico Internazionale.
Il protagonista della serata è il giovane interprete cresciuto in Cina, poi emigrato negli Stati Uniti, dove il suo talento è diventato oggetto di un crescente interesse mediatico fino all’odierno successo planetario, fondato anche sulla sua  propensione a rompere i rigidi schemi del mondo della musica classica.
Poco prima delle 21 la vibrante attesa in sala si traduce in realtà quando Lang Lang entra in scena e sale su palco con eleganza del tutto personale: giacca orientale di velluto scuro e scarpe lucide. Lang Lang, il presunto ribelle e perturbatore di tante certezze classiche, sorprende al contrario fin dalle prime note per una lettura consapevole della musica classica e per il suo lato sognante, così come in buona parte della sua discografia (basta pensare allo Chopin inciso come ultimo album diretto da Zubin Mehta).
Scorrono i minuti e il pianista dimostra come abbia conquistato il pubblico mondiale, anche quello più giovane, grazie ad una capacità innovativa d’interpretazione.
In platea ci si aspetta dunque un “sovversivo” e invece è un piacere scoprire che Lan Lang non è solo questo, che non è solo un fenomeno mediatico, ma è prima di tutto un sensibile interprete e un raffinato ricercatore di sfumature.
In una magia di suoni, sposata ad un’interpretazione fisica alla tastiera, il pianista traduce le emozioni diventando simile (come dichiarerà lui stesso nel momento del conferimento del Premio Michelangeli) un ponte, un mezzo per unire la musica e il pubblico.
Lang Lang suona, interpreta, vive con le  espressioni fiabesche del volto i movimenti della Sonata in La maggiore D.959 di Schubert.
La bocca si apre, la testa  reclina e il tutto immerge (come fa notare chi lo conosce bene) nelle origini della sua formazione, in quel Teatro Cinese che fa della mimica accentuata una decisiva componente espressiva.
L’itinerario musicale della serata bresciana si spinge fino ad un deciso Bela Bartòk (Sonata Sz.80), alle personali e cristalline ricerche sonore attorno ai colori di Claude Debussy (Préludes – Livre I e Prélude – Livre II), per concludersi con una personalissima “Eroica” Polacca in La Bemolle op. 53 di Chopin.
Gli orizzonti della tecnica limpida e sciolta di Lang Lang spingono davvero questo Festival in una sempre più interessante “Rotta ad Oriente. Da Bach alla Cina” e, come sottolineato nella motivazione del Premio Michelangeli, alla ricerca di un interprete che sappia dimostrare come nella musica vi sia “qualcosa di più dell’Oriente e dell’Occidente: vi sia l’Umanità”.


Rotta ad Oriente

29 Aprile 2009

xinsrc_220504311137748528533E’ un impasto composito di eleganza, rigore, sfumature inaspettate e allo stesso tempo energia, vitalità e ritmo il suono espresso nel suggestivo concerto inaugurale del 46° Festival Pianistico Benedetti Michelangeli dalla China Broadcasting Chinese Orchestra sul palco del Teatro Donizetti di Bergamo il 27 aprile.
L’Esordio di questa Rotta ad Oriente. Da Bach alla Cina, scelta come tematica del Festival dal Direttore Artistico Pier Carlo Orizio, ha offerto agli spettatori anche un’occasione unica per una nuova esperienza visiva con l’Orchestra composta da novantasei elementi, quasi tutti impegnati con strumenti estranei alla nostra tradizione.
Ad eccezione di cinque contrabbassi, una fila nascosta di violoncelli e un’arpa solitaria, la grande massa sinfonica è stata occupata da varie tipologie di fidule, strumento progenitore anche dei nostri violini, organetti positivi, alcuni strumenti a percussione inediti, campane e piastre.
La China Broadcasting Chinese Orchestra ha sorpreso soprattutto per il suono da La Celebration Overture di Zhao Jiping con morbidi passaggi da tonalità forti e accese, fino ad altre sommesse e sussurrate. Un gioco di colori e melodie, moltiplicato in una dolcezza attraente nella Deep Night di Wu Hua.
Brano cardine del concerto quello di Tan Dun, tra i protagonisti di questa edizione 2009, con  Northwestern Suite: ricco di idee e costruzioni musicali capaci di muovere l’immaginazione.
Dinamismo e profondità tra un Oriente, che è piacevole scoperta per l’Occidente, insieme ad un’arricchente compenetrazione reciproca fanno di questo concerto qualcosa da serbar nella memoria e soprattutto un nuovo punto di partenza per inediti confini d’ascolto.


Basta un video a fare un Expo?

22 Marzo 2009

Nel 2015 a Milano ci sarà l’Expo. Il 2015 è tra meno di 6 anni.
Alcuni dati:
-    Spesa ufficialmente prevista: 13,2 miliardi di Euro
-    Grandi opere architettoniche previste: 25
-    Nuovi alberi da impiantare: 50000
-    Piste ciclabili: 72 Km
-    Linee nuove della Metro: 2 (M4 e M5)
-    Autostrade: 2 (Pedemontana e Brebami)

Realizzato a un anno dall’assegnazione: nulla.
Fonte: “Il Venerdì” 20 marzo 2009.

Il brutto sito ufficiale
Ma basta un video suggestivo (che richiama certe architetture di Second Life) a fare un Expo?



La Famiglia: ironico sguardo sul mondo

9 Marzo 2009

la-famigliaE’ uno spettacolo che attiva i cinque sensi La Famiglia: lo spettacolo del sanpietroburghese Teatr Licedei, andato in scena il 7 e l’8 marzo per la Rassegna Altri Percorsi della stagione di prosa del Teatro Donizetti. Il gioco sottile e coinvolgente è attivato dai personaggi – clown attraverso una serie di stimoli uditivi grazie a ritmi, rumori e citazioni musicali che vanno a spasso per tutto il ‘900; olfattivi per l’odore di borotalco e polvere dell’invecchiata casa russa piena di bimbi e cuore dell’azione teatrale; tattili tramite l’interazione fisica tra pubblico e interpreti; di gusto con il sapore amaro di una vita che costringe i membri de La Famiglia ad acrobazie allegoriche come nella scena del padre che, alcolizzato, in modo strampalato cerca di bere della Vodka; visivi e cromatici in un caleidoscopio di combinazioni efficaci. Proprio il dato visivo è sollecitato con colti rimandi iconografici che impregnano da sempre la cultura russa, non ostentati eppure ben presenti, per un all’allestimento che cita le macchine assurde e fantasiose del dadaismo (nel monopattino di uno dei pargoli), le stampe giapponesi che arrivarono attraverso i quadri impressionisti acquistati dai mercanti russi e presenti sulle pareti del soggiorno, i sofisticati giochi di ombre cinesi, i manichini, i visi truccati che rimandano alla dimensione circense di Toulouse Lautrec e Picasso. Richiami all’Europa per uno spettacolo ben ancorato alle sue radici russe riproposte negli oggetti quotidiani: immancabile il telefono, la stampa con i ritratti alle pareti, il lampadario decorato con uno sgualcito centrino lavorato ad uncinetto. Un ambiente russo per una storia capace di coinvolgere il pubblico internazionale attraverso le acrobazie, i gesti, le espressioni di questi clown capaci di trascinarci nelle malinconie e nelle ironie della vita, offrendoci un punto di vista altro, diverso, quello di chi è sempre in sbieco, di chi segue un altro ritmo, di chi osserva e rielabora, di chi in fondo è ancora capace di pensare, sperare, sorridere. In tournée in Europa e in Italia la prossima stagione. Info: www.licedei.com.


Due volte genitori

5 Marzo 2009
Due volte genitori

Due volte genitori

Chirurgo, ingegnere, avvocato, astronauta, calciatore.. chi più ne ha più ne metta. Quale neomamma o neopapà non si è ritrovato a vagheggiare su queste ed altre mille ipotesi? E se tuo figlio fosse anche omosessuale? No, questa ipotesi no, nessun genitore oserà mai supporre, in Italia sicuramente, perché si sa, essere omosessuale è un po’ una tragedia, come un tumore, una disabilità, un incidente stradale, lo si affronterà se mai dovesse capitare, del resto vuoi che capiti proprio a nostro figlio?
E poi capita però, suppergiù una volta su dieci, e mamma e papà non potranno che viverla come avevano previsto: una tragedia. Il mondo gli crollerà sotto i piedi, si ritroveranno uno sconosciuto come figlio, si sentiranno colpevoli, traditi, impotenti, arrabbiati, confusi. Quella singola semplice plausibile ipotesi che non fecero, per un folle tabù, per un’acritica accettazione della morale dominante, per una comprensibile debolezza di fronte alla prepotenza delle maggioranze, li costringerà a ricominciare tutto d’accapo, a diventare appunto una seconda volta genitore e il primo passo sarà quello di comprendere che questa tragedia l’avrà vissuta anche il loro ex pargolo e spesso per molti anni, prima che le persone su cui avrebbe dovuto maggiormente confidare potessero farne parte, e soprattutto che loro l’avranno dovuta vivere giovani, indifesi, deboli, senza strumenti culturali, senza la forza della maturità, senza sostanzialmente alcun aiuto: soli, pur se circondati da tutto l’affetto di cui i migliori genitori possono essere capaci.
Due volte genitori, il film/documentario prodotto dall’AGEDO, l’associazione dei genitori di omosessuali, che attraverso le voci dei suoi iscritti, esperienze di vita vissuta, vera, non romanzata, dal racconto dei protagonisti in prima persona, provano a dare forma e materia a questa sorta di tragedia invisibile, taciuta, fantasma. Una tragedia certo, ma inaspettatamente di un tale impatto emotivo da creare in sala irrefrenabile ilarità. Si ride, e molto, si ride delle debolezze umane, delle pochezze di alcuni, della forza di altri e non manca neppure in questo caso un lieto fine: la tragedia in verità tale non era, ovvero avrebbe potuto non essere!
Dovrebbero vederlo tutti questo documentario, figli e genitori, figli omosessuali e non, genitori di omosessuali e non, tutti quanti quando era il caso di fare quella famigerata plausibilissima, banalissima ipotesi non la fecero, perché sarebbe bastato quello forse per evitarla, la tragedia “omosessualità”.