Letteralmente “paura” dell’omosessualità, l’omofobia è più che altro un comportamento discriminatorio al pari del razzismo o dell’antisemitismo tanto per intenderci. Chiave di volta del meccanismo discriminatorio sempre e solo una: la diversità. Si discrimina, percependo come non proprio pari, in quanto diverso appunto, chi portatore di questa o quella caratteristica, finendo nella migliore delle ipotesi per disprezzarlo.
Il problema insomma sta tutto in quel “diverso” che viene erroneamente percepito in senso negativo, come criticità, ostacolo, menomazione, piuttosto che come risorsa di nuove energie, di ricchezza per sé e per il collettivo, o anche solo come semplicemente alternativo.
Scandaloso quindi lo spot commissionato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, Ministero delle Pari Opportunità, per sensibilizzare l’opinione pubblica al problema della discriminazione omofobica. Se da un lato infatti lo spot prova a convincere che l’orientamento sessuale altrui non è una questione rilevante, con una sequela di “non importa” in merito a fatti inconsistenti appunto, dall’altro il vero messaggio che questo capolavoro della comunicazione finisce per trasmettere è un messaggio inequivocabilmente discriminatorio, omofobo ma non solo: “Non essere tu quello diverso”.
Non servono esperti per comprendere che nel biasimare la diversità si lancia un messaggio esattamente contrario alle intenzioni: diversità come comportamento da evitare per non incorrere in condanna sociale, ovvero discriminazione del diverso, ovvero omofobia appunto, ma anche razzismo per esempio.
Più che una “pubblicità progresso” come la si chiamava una volta, un vero e proprio invito alla regresssione sociale. Un capolavoro degno solo della pessima qualità della nostra rappresentanza politica e, per diretta correlazione, dell’italico popolo tutto.
In occasione del 60° anniversario della Costituzione italiana la Regione Emilia-Romagna ha realizzato 5 spot deliziosi che illustrano alcuni articoli assai poco rispettati in Italia. Gli spot sono stati mandati in onda da MTV.
Art. 3 – Uguaglianza davanti alla Legge
Art. 19 – Libertà di culto
Art. 34 – Diritto allo studio
Art. 15 – Libertà e segretezza della corrispondenza
Art. 36 – Diritto al lavoro giustamente remunerato
Qualcuno ha fatto notare senza scandalo che anche in Second Life, esattamente come nella Real Life, esistono i bassifondi. Si tratta di territori nei quali gli avatar si incontrano per fare sesso. Cercarli è molto semplice: basta utilizzare il motore di ricerca interno e usare chiavi standard e intuitive (come, ad esempio, “XXX”).
Ovviamente ciò che si trova può soddisfare tutti i gusti e si va dall’autoerotismo al sesso di gruppo, ma si possono anche vedere mostre d’arte con soggetti hard o semplicemente espliciti (anche perché nei territori comuni la nudità non è consentita) o andare al cinema per guardare film con soggetti reali e/o d’animazione.
In tali zone sono abbastanza frequenti gli script gratuiti e/o a pagamento usando i quali gli avatar mimano azioni sessuali. Io stesso ne ho provati alcuni, giudicandoli “realistici”.
Molti gli accessori messi in vendita, tra quali, per gli avatar di sesso maschile, spiccano i peni che possono mimare azioni quali l’erezione e l’eiaculazione.
In tali territori molte sono le zone il cui accesso è riservato ai nudisti, al di là del fatto che si voglia o meno fare del sesso.
Chirurgo, ingegnere, avvocato, astronauta, calciatore.. chi più ne ha più ne metta. Quale neomamma o neopapà non si è ritrovato a vagheggiare su queste ed altre mille ipotesi? E se tuo figlio fosse anche omosessuale? No, questa ipotesi no, nessun genitore oserà mai supporre, in Italia sicuramente, perché si sa, essere omosessuale è un po’ una tragedia, come un tumore, una disabilità, un incidente stradale, lo si affronterà se mai dovesse capitare, del resto vuoi che capiti proprio a nostro figlio?
E poi capita però, suppergiù una volta su dieci, e mamma e papà non potranno che viverla come avevano previsto: una tragedia. Il mondo gli crollerà sotto i piedi, si ritroveranno uno sconosciuto come figlio, si sentiranno colpevoli, traditi, impotenti, arrabbiati, confusi. Quella singola semplice plausibile ipotesi che non fecero, per un folle tabù, per un’acritica accettazione della morale dominante, per una comprensibile debolezza di fronte alla prepotenza delle maggioranze, li costringerà a ricominciare tutto d’accapo, a diventare appunto una seconda volta genitore e il primo passo sarà quello di comprendere che questa tragedia l’avrà vissuta anche il loro ex pargolo e spesso per molti anni, prima che le persone su cui avrebbe dovuto maggiormente confidare potessero farne parte, e soprattutto che loro l’avranno dovuta vivere giovani, indifesi, deboli, senza strumenti culturali, senza la forza della maturità, senza sostanzialmente alcun aiuto: soli, pur se circondati da tutto l’affetto di cui i migliori genitori possono essere capaci.
Due volte genitori, il film/documentario prodotto dall’AGEDO, l’associazione dei genitori di omosessuali, che attraverso le voci dei suoi iscritti, esperienze di vita vissuta, vera, non romanzata, dal racconto dei protagonisti in prima persona, provano a dare forma e materia a questa sorta di tragedia invisibile, taciuta, fantasma. Una tragedia certo, ma inaspettatamente di un tale impatto emotivo da creare in sala irrefrenabile ilarità. Si ride, e molto, si ride delle debolezze umane, delle pochezze di alcuni, della forza di altri e non manca neppure in questo caso un lieto fine: la tragedia in verità tale non era, ovvero avrebbe potuto non essere!
Dovrebbero vederlo tutti questo documentario, figli e genitori, figli omosessuali e non, genitori di omosessuali e non, tutti quanti quando era il caso di fare quella famigerata plausibilissima, banalissima ipotesi non la fecero, perché sarebbe bastato quello forse per evitarla, la tragedia “omosessualità”.
In Italia lo conoscono in ben pochi, io stesso scopro solo oggi chi sia costui e ammetto di essermi sentito colpevolmente ignorante perché qui siamo in presenza non solo di un artista ma di un vero e proprio fenomeno massmediatico. Su YouTube i suoi video contano complessivamente milioni di visualizzazioni. Un quarantenne sotto le mentite spoglie di giovinotto adolescente in grado di entusiasmare giovani, giovanissimi e non solo, grazie al sapiente armeggiare suondtecnologico. Un DJ in grado di riempire stadi e palazzetti dello sport in giro per il mondo come ben pochi artisti sono in grado di fare e per di più con un genere di musica che anche tra giovani e giovanissimi non è tra i preferiti, in Italia senza alcun dubbio. La sua fama, conquistata partendo dal moderno nord Europa in cui è nato, lo ha portato ad essere chiamato ad accompagnare con la sua musica la cerimonia di apertura delle Olimpiadi del 2004 e di nuovo nel 2008.
Altra scoperta il “trance” il genere appunto di cui Tiesto rappresenta la massima espressione a livello mondiale, musica dance elettronica ma con una melodia portante su cui si strutturano i brani in una serie di passaggi distintivi, musica elettronica in grado di conquistare platee insperate arrivando ad ottenere con il suo “Elements of life” il titolo di album di musica elettronica più venduto di sempre.
Musica non per tutti sicuramente, ma che non toglie valore, anzi ne aggiunge, alle doti di un artista incomprensibilmente ancora sconosciuto nel nostro paese e che quindi non potrà che invadere presto anche i nostri stadi. Da conoscere.
Sono assolutamente convinto che siamo entrati definitivamente nell’Era della Partecipazione: un’era in cui la “relazione” tra gli attori della comunicazione, più del “messaggio” che tali attori si scambiano, è al centro della comunicazione; un’era in cui partecipare è il “fatto” più importante. Un’era in cui il Web 2.0 – nato per favorire la partecipazione – soppianterà progressivamente i mezzi di comunicazione di massa tradizionali.
Non sono l’unico a credere che – alla fine – il Web partecipativo vincerà la guerra che i media tradizionali hanno dichiarato: importo un intervento video di Matteo Flora sull’argomento.
Altro che telefoni, sono diventati ormai, per molti, compagni inseparabili, strumenti di utilità irrinunciabile. Per rimanere in contatto, per ricordare, per organizzare, per conservare, per condividere, per spasso o per lavoro; quelli che una volta erano telefoni (cellulari) sono diventati oggi veri e propri terminali mobili, apparecchi tecnologici che fanno la qualità della nostra vita, ampliando potenzialità ed efficienza del nostro tempo.
Negli ultimi mesi si sta facendo largo una nuova generazione di dispositivi sprovvisti, grazie alle tecnologie touchscreen, della vecchia tastiera numerica a favore di un sistema estremamente comodo che consente di interagiree direttamente con lo schermo, adattabile quindi alla bisogna in virtù della funzione che deve svolgere.
Il primo approccio ad un touchscreen è a dir poco coinvolgente, finalmente un rapporto non più mediato tra l’uomo e la macchina ma una relazione diretta, immediata, in cui l’azione fisica umana è essa stessa funzione tecnologica, quasi che le dita potessero entrare nella macchina e diventarne parte. Indubbiamente futurista ad oggi, quasi sicuramente lo standard di domani per comodità, immediatezza, flessibilità, facilità ed efficienza.
“Kinetic design” è la trovata del marketing Ford per riscattare il clamoroso errore di qualche anno fa di deviare la propria cifra stilistica su linee tese, spigolose, squadrate, vagamente retrò, incomprensibilmente “vecchie”.
Non è un caso che lo slogan che presenta la nuova auto sul sito internet della casa produttrice sia un incontrovertibile “Fiesta, la nuova Ford” e non il più logico contrario.
Ci sono voluti un paio d’anni e un paio di tristi remake (Fiesta, e Focus), ma finalmente Ford torna sui suoi passi e affida alla sua capofila, in termini di vendite, il compito di recuperare il tempo perso e soprattutto quello che a mio parere fu un clamoroso tonfo all’indietro nello sviluppo del proprio design.
Bentornata Ford.
Gli appassionati di internet lo leggono ormai ovunque; tutto su internet sta progressivamente aggiornandosi e trasformandosi per aderire a questo “nuovo modo” di fare rete. Una rete che non è più solo rete di contenuti pubblicati sulla rete ma rete di persone che la rete fanno in prima persona.
Si è creata una nuova forma di cittadinanza su internet; i cosiddetti netizen (cittadini della rete). Sempre più persone decidono di spendere parte della loro vita per condividere la propria vita con il resto del mondo. Su internet finiscono così, più o meno consapevolmente, quantità enormi di dati personali, orientamenti, vissuti, collegamenti, riferimenti. Più dettagliati si decide di essere online e più diventa delineata la propria persona, al punto che chiunque può ormai conoscere di molti netizen ciò che in una vita intera di frequentazione non potrebbe mai.
Il “problema” sta nel fatto che un netizen non è solo tale online ma lo è anche nella vita quotidiana e che, come non mi stancherò mai di ripetere, internet è, tutt’altro che virtuale, parte determinante della vita realissima di molti. Pochi però sembrano rendersi conto di ciò che questo comporta nel proprio vivere.
“Vivere 2.0″ significa in pratica diventare più o meno trasparenti, mettere a disposizione di chiunque la propria più profonda realtà, interiore ed esteriore. Alcuni lo fanno dopo attenta riflessione, quasi come scelta filosofica, altri invece si tuffano nel mare cristallino e fresco del social web per scoprire troppo tardi spesso che nuotare in queste acque aperte può rivelarsi molto più difficile che nella quiete della propria piscina di casa.
Proseguendo nella metafora, sarebbe quindi raccomandabile che prima di tuffarsi ci si fermi un attimo sulla sponda del dirupo a ben valutare se laggiù ce la si farà, perché se è vero che quel mare è attraente e pieno di nuove opportunità, è anche vero che una volta lanciati non si potrà più tornare indietro, di quello che si farà online rimarranno tracce per sempre e, a differenza del passato, se si vuole davvero godere della novità e delle sue tante potenzialità, si dovrà entrare in acqua di persona, senza salvagente, maschere, o protezioni di sorta che potrebbero solo impedirci di nuotare.
Per chi non lo conoscesse, “Twitter” è un servizio web di seconda generazione, pensato cioè per coloro che condividono su internet parte della propria vita. Si tratta in sostanza di una piattaforma, un servizio informatico in rete, che consente a chiunque di rendere pubblico in modo facile ed immediato una sorta di diario in pillole. Vi si trovano storie e storielle da ogni parte del globo.. e non solo!
“Sono atterrata!!!!!”
“Adesso.. Ho ancora qualche pietruzza sulla testa. I pannelli solari si apriranno in quindici minuti, dopo che la polvere si sarà adagiata ”
“Ho carica positiva di energia; come dice il controllo missione, i pannelli solari si sono dispiegati. Le immagini arriveranno giù a breve.”
“Perché in bianco e nero? Queste sono immagini ingegneristiche. Ma non preoccupatevi, ho dodici filtri e posso scattare anche foto a colori. Abbiate pazienza”
“E’ tempo di dormire un po’. Sarà un grande giorno domani ..”
Fantasiosa e divertente vero? E invece no, perché questo è il twitter di “qualcuno” davvero molto ma molto serio ed importante: “MarsPhoenix”, un progetto da più di quattrocento milioni di dollari dell’agenzia spaziale statunitense alla ricerca di ghiaccio sotterraneo nelle regioni polari di Marte.
E questo è il suo diario in tempo reale su Twitter appunto: http://twitter.com/MarsPhoenix
In Solstizio d’inverno edito da Il Filo O.D. Maestroni racconta il delirio di una madre che ha ucciso il proprio unico figlio di sei anni e per tale ragione vive rinchiusa in una casa di cura. Una donna non del tutto padrona delle proprie facoltà mentali già prima della gravidanza, ma la cui mente si perde del tutto proprio a causa della maternità. Una depressione che diventa follia vieppiù che il figlio cresce e si distacca dalla madre, la quale, invece, resta morbosamente attaccata al figlio, fino a sperare che il membro virile di lui si faccia adulto e la penetri…
Una donna, quella protagonista del romanzo breve di Maestroni (53 pagine in tutto), in preda al delirio di onnipotenza, delirio costantemente alimentato da un fanatismo religioso privo di ottimismo.
Una donna verso cui l’autore non dimostra un briciolo di simpatia o comprensione. Fissata per sempre nel suo gesto tragico, l’autore ne seppellisce le motivazioni sotto una filtra coltre di parole che tentano di riprodurne l’alterazione mentale.
Una madre tanto distante da ciò che comunemente si intende per “amore materno” che può arrivare ad ammettere di avere odiato la propria creatura dal momento stesso in cui è stata generata.
Un romanzo, quello di Maestroni, di non facile lettura, sia per lo stile di scrittura (tutt’altro che colloquiale), sia per i contenuti forti quanto, purtroppo, tragicamente attuali, verso, però, i quali si tende a una forma di rimozione collettiva.
Sono queste le parole immaginate e pensate da Sara: la protagonista femminile di “Stereotipi” il nuovo romanzo della scrittrice bergamasca Alessandra Cannizzo.
Una storia, quella della giovane donna, che gioca sul confine nebbioso che separa la realtà dal sogno, la notte dal giorno, l’adolescenza dall’età adulta, la consapevolezza del vivere e molte parentesi di immaginazione.
Una vicenda, quella di Sara, che intreccia tante tematiche legate al mondo femminile: dal disvelarsi dell’amore, allo scoprirsi donna, dalla percezione del proprio corpo, fino ad una maternità interrotta e ad una realizzata, per poi giungere al traguardo della serenità inseguita lungo una via tormentata.
“…si trattava di un’incredibile gioia, perché al di là dei contrasti preannunciati, c’erano riscatto e ricompensa”: sono dunque queste le parole scelte dall’autrice per salutare la “sua” Sara: una ragazza dal sottile animo sensibile, esattamente come l’esile e assorta figura femminile disegnata appositamente dall’artista veneziano Antonio De Sanctis, capace di catturare lo sguardo del lettore dalla copertina del romanzo con un fascino fragile e irresistibile.
Pelle di Alberto D’Onofrio è davvero un ottimo film-documentario sull’amore e il sesso vissuto dai giovani italiani. Il regista indaga tutti gli aspetti della relazione amorosa e sessuale tra due o più persone, come indaga le diverse identità sessuali che si possono assumere, compresa quella di non assumerne affatto, ovvero di non riconoscersi in una definizione (etero-gay-bisex-lesbica-transgender…). Pelle parla chiaro e senza falsi moralismi. Pelle racconta una parte di giovani italiani per come sono: molto lontani da come certi personaggi li rappresentano: molto più europei e sempre meno italioti (almeno in campo sessuale e amoroso) di quanto si immagini.
D’Onofrio intervista e chiede senza pudori quello che vuol sapere. Ascolta e si fa spiegare. Ascolta eterosessuali, lesbiche, omosessuali, erotomani, coppie aperte e chiuse, single, sadiche e masochisti, gelosi e scambisti…
Chiede e le risposte non si fanno attendere e sono vere, schiette: “Mi piace essere sodomizzata” gli risponde una bella fanciulla… ed erano secoli che non sentivo nulla di simile! Pelle è un film-documentario da far vedere nelle scuole di ogni ordine e grado… Pelle è allegato al numero de “L’Espresso” in edicola da venerdì scorso.
A detta di molti il film “Beowulf” non merita encomi di sorta, anzi delude molti e per molti aspetti. E non potrebbe fare altrimenti perché questo film più che un film è una prima, una “prima promozionale” di una innovativa tecnologia cinematografica non destinata alle tradizionali sale ma solo a quelle di eccellenza, per il momento, e che apre un nuovo capitolo alla voce “cinema” estendendo a personaggi “umani” quello che in un primo momento era riservato ai cartoni animati.
Digital 3D, lo dice il nome, è una tecnologia in grado di visualizzare immagini tridimensionali di grande impatto. Più che di immagini però si potrebbe anche parlare di vere e proprie realistiche ambientazioni. Lo spettatore infatti si ritrova praticamente immerso nella scena del film che non è più soltanto vista su uno schermo ma materializzata a mezz’aria tra questo e la poltrona sui cui si è seduti. Percependone la profondità, cio che accade nel racconto spesso non si limita a rimanere davanti allo sguardo di chi assiste allo spettacolo ma gli si può anche precipitare contro piuttosto che scomparire dietro un soggetto percepito ad una distanza inferiore.
Sono sufficienti pochi secondi di proiezione per rendersi conto di essere di fronte a qualcosa di veramente innnovativo, per molti versi strabiliante, e comunque dalle enormi potenzialità in termini di coinvolgimento dello spettatore e di creatività multimediale.
Purtroppo al momento sono solo otto (da La Stampa) le sale cinematografiche italiane in grado di offrire questo tipo di spettacolo ed evidentemente pochissimi i film girati con questo tipo di tecnologia, ma c’è da scommettere che in futuro questa magia tridimensionale si diffonderà molto rapidamente complice anche il fatto che i film cosiddetti “di animazione” stanno progressivamente estendendo il proprio bacino di utenti a fasce di età più ampie, con produzioni in grado di interessare non più soltanto il pubblico giovane e giovanissimo ma anche adulti di tutte le età.
Se è vero che al cinema non si va più solo per vedere un film (che si potrebbe traquillamente godere sul proprio divano), ma per assistere ad uno spettacolo, si può dire che Digital 3D, insieme al non indifferente contributo dei raffinatissiimi, anche questi “tridimensionali”, effetti sonori del già noto THX, rendono lo spettacolo molto ma molto più spettacolare. Leggi il seguito di questo post »
Che la pubblicità sia utile a chi vende non è un mistero, non sarebbe così tanta e così costosa, ma quanto sia in realtà efficace, ai più sicuramente sfugge.
Chi lavora in prima linea nel settore delle vendite al dettaglio di beni di primo consumo si rende perfettamente conto invece del peso che un messaggio pubblicitario può avere sui risultati del proprio lavoro.
E’ diventato infatti una necessità lavorativa tenersi costantemente aggiornati sulle campagne pubblicitarie in corso nel settore di propria pertinenza, dovendo per tempo organizzare un repentino e massiccio aumento delle vendite (approviggionamento, scorte, consegne) al fine di poter utilmente sfruttare l’efficacia a corto termine del fenomeno mediatico, terminato il quale si rischia persino di dover smaltire la merce invenduta tardivamente acquisita.
Sembrerebbe poco credibile sostenere che esistano prodotti le cui vendite diventano significative “esclusivamente” in presenza di un supporto pubblicitario e che pur a prezzi molto ridotti rispetto a quello ordinario non producono risultati di vendita o addirittura svendita se in assenza di una campagna pubblicitaria. Eppure, triste ma vero, così è, come pure l’infausto destino dei prodotti di qualità concrete a prezzi ragionevoli che restano ignorati nel mercato a vantaggio dei grandi marchi, nel senso di grandemente sostenuti pubblicitariamente, pur a costi superiori e qualità discutibili.