Arte come Cura: la forza del teatro

9 Novembre 2009

ImmagineDanza di Mia Martini

Danza sul velluto sul cristallo
Del tuo tempo meno bello, e qualcuno con te.

Danza bella donna piccola donna
Distorsione del tempo e qualcuno con te.

Tu danza sul dolore e la danza consumera’
Noi lasciamo che sappia il cielo quello che sa’

Danza e piu’ chiarezza e pudore
E meno rabbia e piu’ amore e’ gia’ qualcosa che va’.

Danza, sulla tua strada che danza
Sulla tua casa che danza se non puoi fare di piu’

Danza sulla tua vita che daaanza
Su tutto quello che manca, se non puoi fare di piu’
Ohhh si, danza. Su tutto quello che manca…danza

Si apre con le parole dell’incisiva canzone di Mia Martini il Simposio organizzato il 5 novembre da Teatro Prova per una giornata dedicata al valore sociale, culturale, riabilitativo e terapeutico del teatro. Il progetto «Teatro buona medicina-azioni sociali delle arti», realizzato da Silvia Barbieri, Oreste Castagna e Ferruccio Graziotto, è stato presentato e condiviso nella mattinata del 5 novembre con i rappresentanti delle istituzioni, della scuola e dell’università, dell’Asl, delle fondazioni e delle associazioni, in Sala Piatti, in Città Alta.
«Questo momento – spiega Silvia Barbieri de Il Teatro Prova – è stato finalizzato a sottolineare e rendere visibili 25 anni di lavoro nei quali il valore dell’arte si è affermato come possibilità di cura e come azione culturale e sociale. Dal 5 al 7 novembre abbiamo creato le condizioni per un’ analisi del valore della messa in rete di progetti che, appunto, usano le arti performative in ambito socio-assistenziale».
I lavori del Simposio tenutosi presso il Teatro San Giorgio, nel pomeriggio del 5 novembre, hanno affrontato a 360 con il valore del teatro Arte che cura attraverso racconti, testimonianze, performance e video di esperienze sociali nei settori della disabilità, della psichiatria, del carcere, della terza età, dell’intercultura, della tossicodipendenza, dell’affido familiare.
Tra gli interventi più incisivi vi è stato quello di Ivo Lizzola, Preside della Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Bergamo : “In questi anni l’esperienza del Teatro come Cura è stata tra le più preziose di quelle sviluppate sul nostro territorio, è stata una componente importante per riuscire a tessere forme di cura tra donne e uomini, generazioni, famiglie in situazioni di difficoltà.
Quando il Teatro entra in dialogo con i disabili, i malati psichiatrici, i carcerati va a curare i paradigmi nei quali sono ingabbiate le istituzioni ospedaliere, carcerari, scolastiche. Il Teatro risana l’ambiente perché si faccia più ospitale e torni alla propria ragione d’origine: quella del non lasciare solo chi è in situazioni di difficoltà. Il Teatro è dunque curativo per le organizzazioni ed è una grande possibilità di incontro tra le persone: danza e teatro danno risposte reciproche del rapporto dei corpi, mettono in comunicazione le anime attraverso il contatto e la gestualità”.
La sera del 6 novembre vi è stata inoltre l’importante anteprima di «Ragazze stupefacenti»: un nuovo spettacolo che affronta il tema della prevenzione verso l’abuso di sostanze stupefacenti. In scena due giovani allieve attrici ospiti della comunità di recupero Casa Aurora di Cologno al Serio. «Obiettivo di questa rappresentazione – sottolinea ancora Silvia Barbieri, curatrice del progetto – è quello di abbattere i muri dei luoghi di cura e di valorizzare l’attore sociale, quelle persone che grazie al lavoro teatrale portano fuori dal luogo di cura la loro realtà e la loro esperienza. Queste persone poi diventano veicolo formidabile per sostenere una cultura che non discrimini il debole e metta al centro il valore della persona». L’iniziativa si è conclusa sabato, sempre al Teatro San Giorgio, con il debutto nazionale dello spettacolo «Raccolti per strada» della compagnia Il Teatro Prova e dell’Associazione Artea Teatro Europa sulla sensibilizzazione al problema degli incidenti stradali.


Giorgio e il drago: danza e componente educativa

29 Ottobre 2009

giorgio-e-il-drago2-per-la-La danza come possibilità di esprimere emozioni attraverso il corpo, come linguaggio di comunicazione: è questa l’idea che ha accompagnato la coreografa Simona Bucci nella costruzione dello spettacolo Giorgio e il Drago, inserito nell’ambito del Bergamo Musica Festival Gaetano Donizetti 2009 (andato in scena il 28-29 ottobre per centinaia di bambini delle scuole primarie e il 28 sera per il pubblico cittadino).
Con i tre protagonisti Roberto Lori, Carmelo Scarcella e Chiara Cinquini, la coreografa ha cercato di elaborare un insieme teatrale volto ad avvicinare i bambini al mondo della danza non intesa come coreografia classica ma, come la intendeva Alwin Nikolais maestro della Bucci, come arte del movimento, in uno spazio in cui si possano incontrare tutte le forme di movimento senza gerarchie, ma distinte solo per differenza di stile.
La vicenda si apre con gesti avvolgenti e luminosi dei tre danzatori, dotati di piccole fonti luminose a decorazione delle mani, che li rendono simili a lucciole.
Il bosco prende vita e dà inizio alla storia di San Giorgio e il drago, riletta in chiave antieroica, con un protagonista pieno di difetti e vulnerabile. Giorgio, uno dei tre personaggi, è pigro, mangione, pauroso, imbranato. Gli elementi che lo accompagnano sono simboli delle sue prerogative: una coperta, un cuscino, un vaso da notte, un cucchiaio e un coperchio.
Al contrario l’amica Meda è curiosa e vivace, sempre pronta ad esplorare la realtà che la circonda. La vicenda racconta di un bosco in cui si nasconderebbe il drago e che Giorgio non ha nessuna voglia di perlustrare. Un urlo di Meda però lo costringe ad andare in suo aiuto, con l’appoggio dell’asino Gaso, che trasforma gli oggetti della sua debolezza in elementi per prepararsi a difendersi e attaccare. L’insieme tra movimento, luci e musica è battente, ipnotico, quasi allucinante in un vortice che vuole mettere in evidenza le paure da superare; forse impegnativo per un pubblico indicato dai 6 anni, ma frutto di una riflessione teatrale e coreografica.
L’epilogo è un modo per riflettere sulla possibilità di trasformare le nostre debolezze in punti di forza, una volta riconosciuti e accettati.
La musica originale è di Paki Zennaro, sulla scena con chitarra e sintetizzatore e ha forti sfumature orientali.

Giorgio e il drago
Liberamente ispirato a San Giorgio e il drago

coreografia e concezione scenica Simona Bucci
con Roberto Lori, Milo Scarcella, Frida Vannini
musica originale Paki Zennaro
costumi Massimo Missiroli
disegno luci Andrea Margarolo
scenografia Angelo Linzalata

Simona Bucci, già direttore artistico e coreografa della Compagnia Imago, fondata a Firenze nel 1983, nel 2002 fonda la Compagnia che prenderà il suo nome.


Per L’elisir d’amore un piacere estetico

19 Ottobre 2009

elisir_amore1B-%20jean-honore-fragonard-i-fortunati-casi-dell-altalena-1766-londra-wallace-collection Un piacere estetico, un sottile e raffinato gioco tra la pittura del XVIII secolo e la musica di Gaetano Donizetti, tra le parole del libretto di Felice Romani e la moda del primo ‘800, tra delicate cromie e rimandi all’elegante letteratura del tempo: è questo che conquista nella nuova produzione de L’elisir d’amore andato in scena al Teatro Donizetti di Bergamo, venerdì 16 ottobre e domenica 18, per il Bergamo Musica Festival.
Sulla scena i personaggi indossano costumi nobili e leggiadri di primo Ottocento, alla Jane Austen di Ragione e Sentimento oppure di Orgoglio e Pregiudizio: Francesco Bellotto, alla regia con l’assistenza di Piera Ravasio e con i costumi di Francesca Aceti, non sceglie la tradizionale ambientazione agreste ma ambienta la vicenda nel giardino della fattoria di Adina, una villa con parco elegante all’inglese in clima aristocratico, come la bella e capricciosa protagonista femminile vanamente amata da Nemorino.
Il tutto tra gli sguardi dei soldati del reggimento di Belcore, vestiti con stile di taglio napoleonico, che in un fare giocoso possono persino ricordare il cinematografico Capitan Uncino di Dustin Hofmann in un Peter Pan di qualche anno fa.
La scena si apre con un’altalena in mezzo al palco e subito, sulla destra, appare il rimando alla celebre I fortunati casi dell’altalena del pittore francese J. Honore Fragonard (1766). A seguire, tra le chiare e radiose cromie dei costumi, gli sfondi e i gesti degli attori ci riportano anche ai dipinti di Pompeo Batoni, Chardin, e non ultimo al L’imbarco per Citera di Watteau quando, verso la fine del I atto, il coro e i cantanti principali si voltano di spalle e guardano in un’atmosfera tra il melanconico e il sospeso l’orizzonte lontano.
Raffinata l’ambientazione nel giardino all’inglese, capace di unire il gusto del rudere e per una natura apparentemente selvaggia a qualche residuo di disciplina architettonica dei giardini all’italiana.
Letterario il rimando della siepe ingabbiata che ci riporta al verso leopardiano de L’Infinito “…che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude”.
Le danzatrici dai capelli ondulati e le movenze sinuose, avvolte in costumi-peplo color fuoco, sono quelle delle pittura che Canova elabora per studiare la tematica delle Tre Grazie e de Le Danzanti, mentre il Dulcamara dal parruccone grigiastro, la blusa bianca dai ricchi pizzi e la fusciacca bordeaux ricamata d’oro ci riporta agli occhi i risultati della grande pittura di Fra Galgario.
Il regista non scorda nemmeno la storia del Teatro e nella scelta delicata di inserire la magia delle lucciole nel II atto, ed in particolare nel cruciale momento della romanza Furtiva lagrima cantata da Nemorino, utilizza l’espediente che nel ‘700 a Venezia animava i teatri d’opera e di commedia creando le basi per la storia del cinema (documenti e ricostruzioni presso Museo del Cinema di Torino, I piano).
Un allestimento non comune, nuovo eppur rispettoso, che in GIappone nei mesi invernali verrà proposto nel corso della tournèe internaizonale del Bergamo Musica Festival.Imbarco_per_Citera


La Traviata e Mariella Devia

5 Ottobre 2009

traviata3E’ un’edizione de La Traviata che si ricorderà soprattutto per le voci e l’interpretazione (nella prima rappresentazione) del grande soprano Mariella Devia, quella andata in scena nell’ambito del Bergamo Musica Festival venerdì 2 e domenica 4 ottobre. L’Opera, che dopo la Linda di Chamounix al Teatro Sociale, ha inaugurato anche al teatro Donizetti la Stagione lirica 2009-2010, si ricorderà soprattutto per le voci. Devia è stata ineccepibile nelle estreme difficoltà richieste dal suo ruolo nel I atto; coinvolgente nelle effusioni intense e vivide – da soprano drammatico – del II atto; struggente nel III. Valido anche il resto del cast con il tenore spagnolo Antonio Gandia, ben sposato con la Devia soprattutto nei duetti, e ottima la prova del baritono Luca Salsi nel ruolo di Giorgio Germont, il padre di Alfredo, il motore di tutta la tragedia dei due giovani e di Violetta in particolare. Valutazione positiva e rassicurante per la Fondazione Donizetti che porterà questa Traviata in tournèe in Giappone nel mese di gennaio insieme a L’Elisir d’amore, che vedremo a Bergamo il 16 e 18 ottobre. L’allestimento si è incentrato sulla scelta eclettica, così come è la sua formazione, del regista veronese Paolo Panizza e il suo lavoro di supervisione ha ricordato molto l’allestimento che elaborò per I Puritani della scorsa stagione. Un linguaggio con numerosi rimandi interni alla propria produzione; dall’acconciatura rosso-bionda della protagonista, all’uso piramidale delle comparse nelle scene affollate, alle decorazioni marcate negli arredi e nei costumi. Nessuna trasgressione per questa Traviata, che Panizza ha deciso di spostare in avanti come allestimento cronologico con l’intento di rendere la protagonista più vicina ed attuale al pubblico. Una scelta non errata, ma forse resa eccessivamente complessa dalle troppe sovrapposizioni di stili poste in scena da Italo Grassi: i paraventi orientaleggianti rimandavano alla Parigi degli anni ’70 dell’800 e alla pittura impressionista che trasse spunti preziosi dall’arte giapponese, mentre i fondali con sagome femminili in puro stile Liberty spostavano in avanti l’orologio del tempo creando alcuni passaggi non del tutto scorrevoli. Positivo in ogni caso il risultato complessivo che ha portato alla luce le sfumature di quest’opera verdiana dove Violetta è una donna-icona, ambita e poi abbandonata da tutti: incorniciata nel tondo multifunzionale presente in tutte le scene come una cornice dai momenti di festa, al letto di morte a conclusione del dramma.


Suggestioni cromatiche

12 Maggio 2009

11_Bahrami_370Il fondo rosso e i caratteri bianchi del manifesto annunciano

9 maggio, ore 21, Teatro Donizetti di Bergamo, 46° Festival Pianistico Internazionale Arturo Benedetti Michelangeli, J. S. Bach L’Arte della Fuga. Ramin Baharami pianista”.

Ore 15: suggestioni di un pomeriggio di prove.Per entrare in Teatro spingo la sottile porta a vetri del retro-palcoscenico. Il Teatro è quasi vuoto, il fiorista spazza il parquet del palco dove, al centro di un cono luminoso, sta, di spalle, un ragazzo che armeggia con un grande spartito, indossa una T-Shirt verde smeraldo. Fruscio di fogli, note che scorrono, L’Arte della Fuga prende forma: il giovane alla tastiera è Ramin Baharami. Prove alla ricerca della perfezione. Tutto dovrà essere ideale stasera: cromia delle note e luce della sala dovranno amalgamarsi in un’unica soluzione. Proprio l’attenzione a questo sottile e delicato equilibrio mi colpisce nelle parole del pianista, mentre si rivolge al personale del Festival: “Ecco, così è perfetto – dice gentile – la luce sul palco va bene, il tono di ocra è fantastico per questo spartito. Una luce troppo bianca renderebbe pallida la musica”. Poi si guarda attorno e fa una richiesta : “Per i palchi mi piacerebbe un po’ più di chiarore”. Baharami riprende a suonare, poi si ferma improvvisamente, allunga il collo, abbassa gli occhiali, riflette. C’è qualcosa, qualcosa che ronza. E’ il lampadario che, posto a quella gradazione di luminosità, crea un sottofondo fastidioso in sala. Bisogna cercare una soluzione. Poche parole con i tecnici, e una nuova proporzione armonica tra ambiente e musica diventa realtà. “La dimensione spaziale nella quale siamo immersi – mi spiega, iniziando così l’intervista che abbiamo in programma – è fondamentale per il nostro avvicinamento alla musica. Ci deve essere un’armonia diffusa che, a tuttotondo, riesca a coinvolgere il pubblico, il musicista e l’ambiente. Per ogni esecuzione è tanto necessario, quanto affascinante, trovare una nuova soluzione perché differenti sono i luoghi e i momenti, continuamente diversi siamo anche noi quando ci avviciniamo alla musica per ascoltarla o suonarla”. Luci, colori, l’essere mutevole della visione da un punto di partenza apparentemente uguale: ritrovo i concetti della pittura impressionista e della molteplicità della percezione: “E’ un paragone efficace – sorride Ramin – la musica scorre e in questo movimento acquisisce riflessi sempre diversi. Le composizioni di Bach, poi, con la loro infinita possibilità di lettura sono un continuo riverbero di soluzioni, di variazioni”. Baharami indica lo spartito e continua : “L’Arte della Fuga non ha indicazioni. Ci lascia liberi e ci permette, così, di immergerci nella nostra dimensione personale e contemporanea. Quello che potrebbe sembrare un problema, in realtà è un prezioso margine di possibilità”. “Leggere e rileggere Bach – continua – dà l’opportunità di non essere semplicemente esecutori, ma di sperimentarsi e diventare lettori attivi, quasi compositori, basta pensare ad esempio a Friedrich Gulda e ad altri pianisti del ‘900”. L’essere contemporaneo, vero, immerso nella realtà del suo tempo, è l’altra caratteristica che mi colpisce del poco più che trentenne Baharami, il pianista considerato lo specialista di Bach: l’autore emblema della musica antica. Mi permetto di rendere esplicita la mia riflessione e Ramin sorride, l’intervista sta diventando un dialogo. Poi nel suo elegante italiano mi spiega : “In realtà credo che contemporaneo sia l’aggettivo più adatto a Bach e alla sua musica. Johan Sebastian non fu solo un grande musicista, fu soprattutto un uomo che attraversò l’Europa, ebbe due mogli, ventuno figli. Era completamente immerso nella vita, per questo è riuscito ad elaborare una visione così completa dell’Uomo ancora valida per noi. La sua fu una riflessione profonda, ma talmente agile da poter essere riattualizzata attorno ai canoni della nostra sensibilità. Il suo è un linguaggio universale, perché vasto, infinito”. L’ultima frase di Ramin sembra essere la cornice ideale al 9 maggio, data del concerto e Giornata di Festa per l’Europa. Un’Europa che Baharami vive dal cuore della Germania, attraversa con la sua musica, ma che può osservare con le sfumature diverse che gli vengono dalle sue radici lontane, profumate d’Oriente e di quell’Iran dove è nato : “La Storia orientale è stata grande, ma l’Europa è sinonimo della civiltà dell’oggi, della cultura che viviamo, può essere una grande occasione per unire tanti punti di vista diversi”; mentre parla Ramin guarda ancora il grande foglio che ha davanti, poi indica i registri della partitura e improvvisamente comincia a suonare. Si ferma, mi guarda, e conclude : “Sono le voci delle “possibilità” di Bach, tutte diverse eppure della stessa importanza, è il nostro essere contemporaneo, deve essere l’Europa”.


Lang Lang…un ponte per la musica

4 Maggio 2009

lang-lang_001587_2_mainpictureNon ancora 30 anni, scarpe da ginnastica e una pettinatura che sfida la forza di gravità: è così che appare il pianista Lang Lang sul programma di sala dell’esclusivo concerto tenuto al Teatro Grande di Brescia il 3 maggio, in occasione della consegna del Premio Arturo Benedetti Michelangeli, nell’ambito del 46° Festival Pianistico Internazionale.
Il protagonista della serata è il giovane interprete cresciuto in Cina, poi emigrato negli Stati Uniti, dove il suo talento è diventato oggetto di un crescente interesse mediatico fino all’odierno successo planetario, fondato anche sulla sua  propensione a rompere i rigidi schemi del mondo della musica classica.
Poco prima delle 21 la vibrante attesa in sala si traduce in realtà quando Lang Lang entra in scena e sale su palco con eleganza del tutto personale: giacca orientale di velluto scuro e scarpe lucide. Lang Lang, il presunto ribelle e perturbatore di tante certezze classiche, sorprende al contrario fin dalle prime note per una lettura consapevole della musica classica e per il suo lato sognante, così come in buona parte della sua discografia (basta pensare allo Chopin inciso come ultimo album diretto da Zubin Mehta).
Scorrono i minuti e il pianista dimostra come abbia conquistato il pubblico mondiale, anche quello più giovane, grazie ad una capacità innovativa d’interpretazione.
In platea ci si aspetta dunque un “sovversivo” e invece è un piacere scoprire che Lan Lang non è solo questo, che non è solo un fenomeno mediatico, ma è prima di tutto un sensibile interprete e un raffinato ricercatore di sfumature.
In una magia di suoni, sposata ad un’interpretazione fisica alla tastiera, il pianista traduce le emozioni diventando simile (come dichiarerà lui stesso nel momento del conferimento del Premio Michelangeli) un ponte, un mezzo per unire la musica e il pubblico.
Lang Lang suona, interpreta, vive con le  espressioni fiabesche del volto i movimenti della Sonata in La maggiore D.959 di Schubert.
La bocca si apre, la testa  reclina e il tutto immerge (come fa notare chi lo conosce bene) nelle origini della sua formazione, in quel Teatro Cinese che fa della mimica accentuata una decisiva componente espressiva.
L’itinerario musicale della serata bresciana si spinge fino ad un deciso Bela Bartòk (Sonata Sz.80), alle personali e cristalline ricerche sonore attorno ai colori di Claude Debussy (Préludes – Livre I e Prélude – Livre II), per concludersi con una personalissima “Eroica” Polacca in La Bemolle op. 53 di Chopin.
Gli orizzonti della tecnica limpida e sciolta di Lang Lang spingono davvero questo Festival in una sempre più interessante “Rotta ad Oriente. Da Bach alla Cina” e, come sottolineato nella motivazione del Premio Michelangeli, alla ricerca di un interprete che sappia dimostrare come nella musica vi sia “qualcosa di più dell’Oriente e dell’Occidente: vi sia l’Umanità”.


Rotta ad Oriente

29 Aprile 2009

xinsrc_220504311137748528533E’ un impasto composito di eleganza, rigore, sfumature inaspettate e allo stesso tempo energia, vitalità e ritmo il suono espresso nel suggestivo concerto inaugurale del 46° Festival Pianistico Benedetti Michelangeli dalla China Broadcasting Chinese Orchestra sul palco del Teatro Donizetti di Bergamo il 27 aprile.
L’Esordio di questa Rotta ad Oriente. Da Bach alla Cina, scelta come tematica del Festival dal Direttore Artistico Pier Carlo Orizio, ha offerto agli spettatori anche un’occasione unica per una nuova esperienza visiva con l’Orchestra composta da novantasei elementi, quasi tutti impegnati con strumenti estranei alla nostra tradizione.
Ad eccezione di cinque contrabbassi, una fila nascosta di violoncelli e un’arpa solitaria, la grande massa sinfonica è stata occupata da varie tipologie di fidule, strumento progenitore anche dei nostri violini, organetti positivi, alcuni strumenti a percussione inediti, campane e piastre.
La China Broadcasting Chinese Orchestra ha sorpreso soprattutto per il suono da La Celebration Overture di Zhao Jiping con morbidi passaggi da tonalità forti e accese, fino ad altre sommesse e sussurrate. Un gioco di colori e melodie, moltiplicato in una dolcezza attraente nella Deep Night di Wu Hua.
Brano cardine del concerto quello di Tan Dun, tra i protagonisti di questa edizione 2009, con  Northwestern Suite: ricco di idee e costruzioni musicali capaci di muovere l’immaginazione.
Dinamismo e profondità tra un Oriente, che è piacevole scoperta per l’Occidente, insieme ad un’arricchente compenetrazione reciproca fanno di questo concerto qualcosa da serbar nella memoria e soprattutto un nuovo punto di partenza per inediti confini d’ascolto.


Paolo Poli e l’immaginario di Parise

18 Marzo 2009

5E’ stato un vero caleidoscopio poliedrico Paolo Poli sul palcoscenico del Teatro Donizetti di Bergamo, il 17 marzo, con il suo spettacolo volto alla scoperta dei Sillabari di Goffredo Parise.
I Sillabari sono piccoli poemi in prosa scritti alla metà del secolo scorso  che si caratterizzano per l’immediatezza quasi infantile del racconto, per la magia umile dei personaggi, dalla quale Poli si è lasciato trasportare nel pieno dell’estro semplice dello scrittore vicentino, offrendo una panoramica dei sentimenti in ordine rigorosamente alfabetico.
Il testo, della quale si sente forte la radice scritta (sembra infatti quasi di vedere la punteggiatura tra le labbra degli attori), mostra bambini stupiti in un mondo ambiguo, vecchietti arrabbiati in una società allo sbaraglio, donne sole dal quieto bovarismo periferico e uomini ancora ingenui nella lotta per la sopravvivenza. Poli ci ha mostrato quell’Italia che cambiava velocemente nelle maglie di una lunga guerra e dava origine al bel paese.
Lo spettacolo ha saputo disegnare le figure dei racconti articolati fra gli anni Quaranta e Sessanta, cui hanno fatto eco le canzonette con la loro modesta letteratura, quasi scomposta, ma pertinente alla realtà storica.
Paolo Poli è stato l’interprete adatto a rappresentare l’immaginario di Parise. I due usano infatti come arma espressiva la stessa semplicità, utile a smascherare il sentimento che si nasconde dietro una quotidianità fatta di sola apparenza.
Le ambientazioni di Emanuele Luzzati e ci hanno portato nel pieno di un itinerario storico artistico lungo tutto il ‘900 che nell’ordine ci ha mostrato preziosi fondali proprio di Luzzati, alcuni ispirati alle opere Liberty e altri a quelle di grandi come l’architetto Sant’Elia, De Chirico, Chagall, Carrà, Savinio, De Pisis, Dalì, Mondrian, Hopper.
I costumi, strutturati con stoffe corpose e preziose, di Santuzza Calì ci hanno aperto l’armadio di una moda giocata sulla costante presenza dei cappelli, delle balze, delle gonne e dei colori che hanno preannunciato il pirotecnico bis dannunziano.


DJ Tiesto

3 Marzo 2009

In Italia lo conoscono in ben pochi, io stesso scopro solo oggi chi sia costui e ammetto di essermi sentito colpevolmente ignorante perché qui siamo in presenza non solo di un artista ma di un vero e proprio fenomeno massmediatico. Su YouTube i suoi video contano complessivamente milioni di visualizzazioni. Un quarantenne sotto le mentite spoglie di giovinotto adolescente in grado di entusiasmare giovani, giovanissimi e non solo, grazie al sapiente armeggiare suondtecnologico. Un DJ in grado di riempire stadi e palazzetti dello sport in giro per il mondo come ben pochi artisti sono in grado di fare e per di più con un genere di musica che anche tra giovani e giovanissimi non è tra i preferiti, in Italia senza alcun dubbio. La sua fama, conquistata partendo dal moderno nord Europa in cui è nato, lo ha portato ad essere chiamato ad accompagnare con la sua musica la cerimonia di apertura delle Olimpiadi del 2004 e di nuovo nel 2008.
Altra scoperta il “trance” il genere appunto di cui Tiesto rappresenta la massima espressione a livello mondiale, musica dance elettronica ma con una melodia portante su cui si strutturano i brani in una serie di passaggi distintivi, musica elettronica in grado di conquistare platee insperate arrivando ad ottenere con il suo “Elements of life” il titolo di album di musica elettronica più venduto di sempre.
Musica non per tutti sicuramente, ma che non toglie valore, anzi ne aggiunge, alle doti di un artista incomprensibilmente ancora sconosciuto nel nostro paese e che quindi non potrà che invadere presto anche i nostri stadi. Da conoscere.


Bach e il pianoforte scambio di opinioni tra un pianista e un Direttore d’Orchestra

9 Febbraio 2009

bahrami2Bach e il pianoforte scambio di opinioni tra un pianista e un Direttore d’Orchestra. Potrebbe essere questo il titolo di un interessante scambio di opinioni raccolto a margine della presentazione della 46° edizione del Festival Pianistico Internazionale Arturo Benedetti Michelangeli e che ha preso spunto da una frase del Direttore Artistico Pier Carlo Orizio.

Bach e il pianoforte: nuovi orizzonti sonori per le opere di questo grande autore che compose per clavicembalo quando il pianoforte, come oggi lo vediamo e ascoltiamo, non era ancora nato: “Bach e il pianoforte o, meglio, la musica di Bach resa ancor più potente e ricca di sonorità da questo strumento” : è la frase che Orizio aveva già posto all’attenzione dei giornalisti e degli appassionati in occasione della presentazione della tourneè cinese dell’Orchestra del Festival e che, con la sfumatura della voce piegata da chi si sta esponendosi in un’opinione personale e non solo professionale, ha riproposto con garbo ma convinzione, nel corso della conferenza stampa della presentazione dell’edizione 2009 del Festival lo scorso 5 febbraio a Palazzo Clerici a Milano. Ideale punto di partenza dell’esplorazione musicale del Festival (denominato dall’affascinante titolo Rotta ad Oriente. Da Bach alla Cina) sarà l’opera di Johann Sebastian Bach esplorata dai maggiori pianisti in attività.

Bach e il pianoforte. Opinione del Direttore d’Orchesta: “Ho affermato qualcosa di forte – precisa Orizio – che potrebbe essere oggetto di qualche contestazione, ma che so essere anche largamente condiviso. Bach compose per clavicembalo e per molti anni la sua musica fu eseguita solo in minima parte al pianoforte, si preferiva infatti dare maggiore risalto alle opere scritte per altri strumenti come il violoncello, l’organo e altro”. Le innumerevoli sfumature del pianoforte si prestano invece ad esaltare la produzione bachiana : “Potenzialità dei suoni, coloritura, timbri e profondità di suono del pianoforte sono i migliori mezzi per trasmettere le infinite possibilità della musica di Bach”.

Bach e il pianoforte. Opinione del pianista il Maestro Ramin Bahrami, tra i più affermati interpreti della musica di Bach, presente alla conferenza stampa di Milano. Bahrami, giovane iraniano, nel corso dell’intervista sorprende per il suo sorriso, il tono allegro ed entusiasta della voce: “Quello di Bach – ci confessa in perfetto italiano – è il nome che più ricorre nella mia vita di musicista. A lui ho dedicato gran parte della mia attività concertistica e grazie allo studio e all’esecuzione della sua musica sono riuscito a “incontrare” davvero il pubblico”. A Ramin Bahrami viene riconosciuta la capacità di scomporre la musica di Bach e di saperla poi ricomporre (con modalità alla Glen Gould, ma senza spirito imitativo), con caratteristiche del tutto personali: “Ho suonato molto anche al clavicembalo e ogni volta è una grande esperienza di note cristalline e nitide, ma sono in pieno accordo con Orizio quando sottolinea gli orizzonti ampi e, se vogliamo, ancora inesplorati che il pianoforte ci può concedere per Bach. E’ una questione di possibilità cromatiche e timbriche che, proprio grazie al piano, crescono in modo esponenziale portandoci verso infinite e nuove rotte”. Itinerari e rotte proprio come quelle indicate dal titolo dell’edizione 2009 del Festival Rotta a Oriente. Da Bach alla Cina. Un’edizione che promette di farsi ricordare per la proposta straordinaria della musica di Tan Dun, di Lang Lang e di grandi orchestre cinesi, ma anche per le esecuzioni bachiane di interpreti internazioni e dotati di personalità del tutto originali come Alexander Lonquich per le Variazioni Goldberg; Andràs Schiff per le Suite francesi, Angela Hewuitt per Clavicembalo ben temperato e proprio Ramin Bahrami con l’Arte della fuga.


Carmen opera universale

21 Dicembre 2008

carmenSi apre il sipario rosso del Bergamo Musica Festival sulla scena di Carmen, l’ultima opera in cartellone per il 2008, e l’aria spostata dal pesante drappo rosso rimanda immediatamente alla stoffa dello stesso colore che, come una bandiera, è agitata dal torero al centro del palco. Un gesto che ci porta sinuoso nell’arena lignea idealmente ricostruita dal regista, e autore dei costumi, Ferdinando Bruni che con sorprese, colori e buon gusto ci accompagna in un allestimento ricco di idee e traslato nella Spagna del dopoguerra.
Una scelta, quella compiuta dal regista per l’opera allestita anche in collaborazione con il Circuito Lirico Lombardo, che ben si presta alla versione ricca di dialoghi (e non di recitativi) più filogicamente vicina alla prima versione scritta da Bizet e che, allo stesso tempo, la rende contemporanea e dai chiari sapori cinematografici.
Tratti parlati, volti femminili alla Magnani, corpi espliciti vicini a banchetti imbanditi di calore felliniano, e sfondi giocati con immagini di celebri toreri che rimandano alle passioni di attrici come la Bosè, attualizzano questa Carmen con taglio originale pur non ne distogliendo l’attenzione sul vero valore di quest’opera: la capacità che Bizet ebbe di creare un dramma completo tra musica e vicenda.
Per Carmen Bizet raggiunge infatti livelli altissimi ed inediti: scrivendo allo stesso tempo dall’interno e dall’esterno, senza astuzie né trucchi, senza fare indebitamente leva sui nostri sentimenti come fa, ad esempio, Puccini. Con questo criterio l’autore perviene come Merimèe (autore della parte scritta da cui Carmen trae origine) ad un realismo esaltato dall’arte come una rischiosa prossimità alla vita di ogni giorno temperata da un supremo distacco. Suo scopo, come scrive Nietzsche, è scolpire i personaggi a tuttotondo e di celare la sua personalità sullo sfondo a misura si musica e dramma che qui, come in rari casi a questo livello, si sostengono reciprocamente in una piena integrazione.
Ed è davvero efficace ed universale questa Carmen, caliente, moderna, drammatica, amara e vitale, resa positiva anche da un cast di ottime voci con la Carmen di Nora Odette Sourouzian, la cristallina Micaela di Davinia Rodriguez, il Don Josè interpretato sia da Josè Balestrino che da Mickael Spadaccini, e l’Escamillo di Claudio Sgura.
Interpreti ben supportati dalla conduzione di Riccardo Frizza e da un turbinio musicale e cromatico come quello inaspettato delle maschere che coprono i volti dei ballerini per un’allegoria uomo-animale, e da qualche rimando storico artistico al Picasso del periodo neoclassico.


Suggestione e potenza della musica di Mayr

29 Novembre 2008

Un suono potente e suggestivo per una composizione possente che ha imposto al Direttore D’Orchestra il Maestro PierAngelo Pelucchi ben 160 cambi di ritmo in un’ora e quarantacinque di musica. Tutto è questo è stato la Grande Messa da Requiem in sol minore di Giovanni Simone Mayr eseguita il 26 novembre nella Chiesa di S.Alessandro in Colonna in occasione della rassegna “Musica per Papa Giovanni” (nel cinquantesimo anniversario dell’elezione del pontefice), e promossa insieme alla Fondazione Donizetti e dal Comune di Bergamo.
Cristallina la vocei di Alessandra Gavazzeni come soprano, ottima la mezzosoprano Alessandra Fratelli e il Basso Baritono Riccardo Barattia. Insieme al coro e all’Orchesta del Bergamo Musica Festival Donizetti è stata dunque riproposta questa suggestiva composizione raramente eseguita.
La Messa da Requiem in Sol minore di Giovanni Simone Mayr (1763-1845) è Opera di grande interesse e rara esecuzione: “riscoprirla”, dal punto di vista storico, con la guida del M°. PierAngelo Pelucchi, è stato dunque un vero piacere per gli appassionati.

La Messa fu eseguita per la prima volta il 25 Agosto del 1815, per una sontuosa funzione voluta dalla Reggenza della Basilica di S.Maria Maggiore di Bergamo a suffragio dei benefattori defunti.

La composizione del Grande Requiem si concretizzò proprio nella primavera di quell’anno, benché risulti assai probabile che Mayr avesse già in precedenza composto qualche parte destinata al progetto di una grande messa per i defunti. Alcuni temi musicali del Kyrie e del Libera me Domine, presentano difatti fortissime analogie con passi della Medea mayriana, composta nel 1813. Questo Requiem conquistò immediatamente la reputazione di un lavoro di altissima qualità, tanto che Pietro Visoni, ammiratore del Mayr, sfidando l’assoluta proibizione del Maestro, nel 1819 ne fece realizzare una monumentale partitura a stampa. Il Visoni, nel frontespizio dell’opera, antepose il titolo di «Grande», forse per distinguerla dalle altre due altrettanto straordinare – benché di organico assai più ridotto – missae defunctorum composte dal Maestro negli anni precedenti. Il Requiem fu eseguito in più occasioni negli anni successivi, ed in particolare si ricordano le esecuzioni del 29 marzo 1818 per le esequie di Antonio Capuzzi (valentissimo violinista nella Basilica ed insegnante all’Istituto musicale creato da Mayr) e del 1821 a Milano, per il funerale del celebre ballerino e coreografo Salvatore Viganò. Le maggiori esecuzioni di questa Messa furono tuttavia destinate proprio al suo compositore e all’allievo prediletto di quest’ultimo: fu infatti cantata per il funerale di Mayr stesso il 5 dicembre 1845 (con un giovane Verdi presente come corista nel coro filarmonico) e per il funerale di Gaetano Donizetti, nell’aprile di tre anni dopo. Un’ultima volta fu poi realizzata nel 1875 (sotto la direzione di Ponchielli e con brani alternati al Requiem dello stesso Donizetti) per le solenni onoranze durante le quali le ceneri dei due compositori furono traslate nella Basilica di S. Maria Maggiore. Dopo la Messe de Morts di Gossec (1760) la Grande Messa di Mayr mostra dimensioni decisamente al di fuori della norma per un Requiem. Altresì occorre considerare che la Basilica di S. Maria Maggiore, in molte occasioni, aveva palesato una propensione per le realizzazioni grandiose, e non si deve comunque dimenticare che l’influsso francese, presente in quell’epoca ormai da un decennio, aveva favorito in ogni campo culturale un’ostentazione delle forme artistiche, che inevitabilmente ebbe a ricadere anche nel settore musicale. Il Grande Requiem di Mayr ebbe innumerevoli realizzazioni nel XIX secolo, per essere poi ripreso pochissime volte nel Novecento, due delle quali a Bergamo: una prima esecuzione nel 1963, in occasione del bicentenario della nascita del compositore bavarese e la seconda, nel novembre 1995, a chiusura delle celebrazioni per i 150 anni della sua scomparsa. Il materiale musicale, desunto dalla versione a stampa del 1819, evidenziava numerose inesattezze e soprattutto l’assenza dell’Oro supplex nella Sequenza (Dies Irae), brano che si riteneva non fosse neppure stato composto. Proprio in occasione di un altro concerto, nel 1995, dopo una accurata ricerca fra gli autografi, è stato reperito un “Oro supplex” mayriano, che per tematiche, tonalità, struttura formale ed organico corrisponde perfettamente alla sezione mancante. Con l’aggiunta di questa parte solistica e con un accurato confronto della partitura a stampa con gli autografi della Messa, è stato pertanto possibile restituire oggi all’ascolto la partitura integrale, così come la concepì Mayr quasi due secoli or sono.mayr


Una Piccola Cenerentola…per una grande idea di spettacolo

16 Novembre 2008
Il Minuetto. G.B.Tiepolo

Il Minuetto. G.B.Tiepolo

Si sveglia in un chiaroscuro che ricorda il personaggio michelangiolesco dell’incisione “Il Sogno” la protagonista de Una piccola Cenerentola andata in scena al Teatro Donizetti di Bergamo, per il progetto “La Scuola all’Opera”, e per il pubblico il 16 novembre nell’ambito del Bergamo Musica Festival 2008.
Angiolina è assopita in un sonno- sogno che rimanda culturalmente anche alle celebri incisioni di Goya (Il sonno della Ragione genera mostri) : in un’atmosfera che non vuole essere drammatica, ma che come in ogni fiaba mischia l’inquietudine della crescita all’elemento fantasioso, divertente e narrativo. La nostra Cenerentola ha infatti alle spalle un grande libro d’incisioni, con figure femminili e parole chiave, attorno al quale ruoterà per tutto l’atto unico il turbinio dei personaggi che agiscono con e attorno a lei. Personaggi che nelle scene e nei costumi di Angelo Sala ci sorprenderanno con ombrellini di ricordo spagnolo (El quitasol di Goya), italiano pensando ai celebri affreschi di Villa Zanigo di Tiepolo da Il Nuovo Mondo a Il Minuetto con la citazione dell’abito bicanco con maniche a balze della Cenerentola-principessa.
Una Cenerentola che una volta diventata principessa diventa anche una donna contemporanea: con la voglia di innamorarsi, ma anche autonoma nella sua identità e tanto decisa da agire “fisicamente” sul tempo a sua disposizione, spostando le lancette del celeberrimo orologio, e capace inoltre di dire al principe che le cerca un pegno d’amore “Siamo in un sogno, ma il braccialetto no!…tò questa….” e con un sorriso tagliente gli piazza in mano una scarpa lasciandolo tra l’allibito e il perplesso…certamente sorpreso!
Una ragazza moderna in un contesto di fiaba: dove i raffinati e prestigiosi costumi vestono personaggi truccati alla “Il Flauto Magico” di Bergman che agiscono con le dinamiche componenti di scena: dall’originale auto a molla, alla semplice eppur efficacissima sagoma del cavallo sul quale monta il servo-finto principe, al bellissimo libro di narrazione e storia che diventa esso stesso un protagonista.
E’ questo uno spettacolo riuscito tra il gioco e l’ironia, tra la dimensione fantastica e i rimandi alla realtà, tra quella dell’immaginazione a quella della storia dell’arte, in un insieme coinvolgente ed efficace sia per il giovane pubblico (composto piacevolmente anche da piccoli-piccolissimi) che per gli spettatori adulti.
Con un ritmo incalzante Piera Ravasio e Francesco Bellotto costruiscono questa commedia musicale in un atto, su musiche di Gioacchino Rossini, in un’Opera che presenta tutte le caratteristiche della musica settecentesca amante delle “scale” e dei cori d’insieme a più voci, che ricordano le più celebri opere rossiniane come l’Italiana in Algeri.
La dimensione di scherzo e quella ludica si sposano con la componente didattica che mostra ai bambini tutti gli elementi dell’Opera lirica, mettendoli a loro agio in una piena interazione con l’Orchestra posta al livello della sala, gli interpreti che spesso scorazzano allegramente in platea, e i “trucchi scenici” con il temporale palesato attraverso lo scuotere una lastra di metallo da parte di una veemente fatina-uomo barbuto!
Oggetti e luoghi che giocano con le dimensioni reali e oniriche, così come in tutta l’iconografia legata anche ad “Alice nel Paese delle Meraviglie” (altra piccola bimba che dopo una fiaba si ritrova grande e cresciuta), personaggi strambi e simpatici, sorrisi e applausi divertiti: questa “Piccola Cenerentola” ha fatto innamorare il principe, ma soprattutto il pubblico…di domani!


MARIN FALIERO: riverberi di luce per psicologie cangianti

2 Novembre 2008

E’ un allestimento che riporta ai riverberi colorati e mutevoli del colore romantico di Delacroix, quello scelto dal Bergamo Musica Festival per l’edizione del Marin Faliero di Gaetano Donizetti, andato in scena venerdì 31 ottobre e domenica 2 novembre al Teatro Donizetti di Bergamo.
Inevitabili riferimenti iconografici per il Marin Faliero del regista Marco Spada e per Alessandro Ciammarughi, che ha curato le scene e i costumi, erano di due grandi quadri storici di Francisco Hayez (dove il pittore al centro di polemiche artistiche si ritrae nel panni del vecchio doge congiurato) ed Eugène Delacroix.
Per il nuovo allestimento la produzione, realizzata in collaborazione, con il Teatro Verdi di Sassari ha scelto di seguire la strada francese attraverso l’utilizzo di un cangiante velluto bordeaux per i costumi veneziani, per i riverberi dorati del bugnato della scena e ancora per lo scorrere della luce sugli abiti dei celeberrimi gondolieri “…figli della notte” all’apertura del II Atto. Una scelta che ci ha immerso nello sfaldamento del colore che il pittore francese sperimenta nel pieno del romanticismo e che, però, non ha trascurato anche la grande tradizione della pittura di storia italiana di Hayez e della sua tecnica basata sulla stesura omogenea del colore (III Atto) . Alla produzione del pittore italiano fa infatti riferimento la figura della protagonista nell’ultimo: quando Elena ci appare in un abito di velluto scuro con veli bianchi e i lunghi capelli neri sciolti sulle spalle che vanno a citare direttamente la figura femminile (con sfondo lagunare veneziano) di “Accusa segreta” dipinta tra il 1847 e il ‘48 proprio da Hayez. Un dipinto in piena sintonia con il romanticismo decadente europeo, che rappresenta il tema della vendetta e della delazione per la rivalità d’amore.
Il Bergamo Musica Festival ha dunque scelto un insieme cromatico ed emozionale, che è risultato funzionale anche al mutare della situazione storica e alle numerose sfumature psicologiche dei personaggi, e ben documentato anche sotto il profilo della storia del costume. Notevoli sono stati i particolari degli abiti trecenteschi veneziani, soprattutto in quelli femminili, con l’attenzione riservata ai copricapi e alla corretta profondità delle scollature per una coerenza cronologica che ci ha mostrato abiti ed accessori tipici della Venezia medioevale e al massimo a quella primo-quattrocentesca del Carpaccio.
Una buona edizione davvero, che ha reso ragione all’opera che Donizetti compose nel 1835 per il
Teatro degli Italiani a Parigi, in un ideale confronto con Vincenzo Bellini, e ora grazie alla versione critica di Maria Chiara Bertieri ha ritrovato anche un nuovo spessore musicale.


Donizettiani versus Belliniani: una tenzone ancora aperta

13 Ottobre 2008

E’ nella Parigi del 1835 che va in scena l’ultimo e grande confronto fra Vincenzo Bellini e Gaetano Donizetti: una disfida musicale che nella rappresentazione ravvicinata de I Puritani e del Marin Faliero porta il Teatrè des Italien, diretto dal sapiente Rossigni, ai vertici dell’attenzione del mondo musicale europeo di quegli anni.
Con I puritani Bellini vi aveva registrato il più storico successo della carriera, il 24 gennaio, al quale era seguito il 13 marzo il non altrettanto clamoroso, ma pur sempre significativo, successo del Marin Faliero di Donizetti.
Una disfida musicale e non solo che, alimentata senza il contributo dei diretti interessati, da una notevole “mitologia” e in particolare da una serie di episodi riportati dal biografo-amico di Bellini Francesco Florinio, e che la Fondazione Donizetti e il Bergamo Musica Festival hanno deciso di assecondare con un giocoso e stimolante dibattito alla vigilia della prima bergamasca de I puritani.
Marin Faliero versus I puritani: una disfida tra studiosi donizettiani e belliniani di spessore internazionale che, in occasione dell’assegnazione del Premio Donizetti a Mariella Devia, hanno illustrato al pubblico i contenuti e le caratteristiche musicali delle due opere scegliendo un taglio non istituzionale e provando a lanciarsi in un nuovo esperimento comunicativo.
Una buona idea che, se migliorata nei ritmi e aumentata d’ironia, potrà avere sviluppi interessanti.
Una tenzone dal sottile equilibrio intellettuale alla quale hanno partecipato Fabrizio della Seta e Paolo Fabbri, Livio Aragona, Maria Chiara Bertieri, Pieralberto Cattaneo, Franca Cella, Fulvio Stefano Lo Presti, Giuseppe Montemagno, Giovanni Pasqualino, Pier Angelo Pelucchi, Claudio Toscani moderati da Francesco Bellotto (direttore artistico del Teatro Donizetti) .
E nel gioco di fioretto si è contraddistinto l’intervento di Giuseppe Montemagno, giovane e acuto studioso catanese, che ha ben contestualizzato I puritani di Bellini : “Quando pensiamo alla nascita dell’elettricità ci vengono in mente i nomi di Amper e Volta, mi sento invece di dire che il vero creatore della corrente elettrica sia stato Bellini. Pensate a I puritani e al ruolo di Elvira: sono autentica luce in scena, quella luce nuova e brillante che Vincezo vedeva per le prime volte lungo le strade di Parigi illuminate dai lampioni fin dall’inizio dell’800. Siamo nella Parigi della nuova giovane borghesia europea, attenta anche ai fermenti culturali, dove ai salotti letterari si alternavano le nuove generazioni di musicisti e librettisti ”.
Gli ha risposto Pierangelo Pelucchi che si è soffermato sulla partitura musicale “Donizetti ha uno spessore musicale differente da Bellini che non aveva la stessa cultura compositiva: lo dimostra ad esempio la teoria ripetitiva della viole nella partitura de I puritani”.
E sul successo di Bellini Pelucchi aggiunge “Bellini godette di sponsor straordinari che Donizetti non ebbe e poi compose poco meno di venti opere: un repertorio limitato che fu facile ricordare ed eseguire, mentre Donizetti ne produsse ben settantatre e, anche solo per numero, non tutte godettero di fama continua”. Con ironia Montemagno s’inserisce e conclude : “Qui sono in veste di belliniano, ma ammetto che Vincenzo applicò la migliore operazione di marketing su se stesso: morì giovanissimo e al vertice del successo…un vero lasciapassare per la celebrità!”.
Disfida reale o fittizia. Vincenzo Bellini e Gaetano Donizetti : nemici amici?
Un confronto ancora aperto che parte dalle fonti e dalle lettere dei due compositori nelle quali emergono atteggiamenti differenti “sono assediato da visite e da presentazioni. Tutti vogliono conoscermi e congratularsi con me; e sì che sono nella patria di Donizetti!…Quanti ne schiatteranno di rabbia! Allegramente!”, dice Bellini, che da Parigi il 1 aprile del 1835 scrive ancora : “Avendo avuto l’amicizia di Rossini, dissi fra me Che venga ora Donizetti! Era la terza volta che io mi trovava con lui nell’istesso teatro a scrivere. Al Carcano di Milano scrisse l’Anna Bolena e io gli risposi con la Sonnambula. Nell’anno appresso scrissa alla Scala l’Ugo (che fiasco) e io gli diedi Norma, finalmente qui trovava a Parigi con lui, e amansanto l’odio di Rossigni, non temei più, e con più coraggio finii il mio lavoro che tanto onore mi fruttò; prognostico che Rossigni fece tre mesi prima d’andare in scena”.
La stima di Donizetti per Bellini era stata invece sincera e leale sin da principio. Nelle tappe di volta in volta positive della folgorante carriera di Bellini, Donizetti aveva senza dubbio tratto uno stimolo dai successi del giovane collega tanto da scrivere dopo la prima de I puritani : “mi fa tremare un poco”; anche se poi lo conforta il pensiero che il melodramma di Bellini essendo di “genere opposto” al suo, “in nulla può nuocergli il confronto”. Giunto ad una fase della carriera in cui Donizetti era diventato il più temibile rivale di Bellini, Gaetano aveva ammirato I puritani e ne era rimasto colpito non superficialmente. Per Parigi aveva composto un’opera di ben diversa indole benché concepita per lo stesso strepitoso quartetto: Grisi, Rubini, Tamburini e Lablanche.
Nonostante la rivalità musicale, del tutto abituale sulle scene europee di quegli anni, Donizetti appresa la notizia della morte di Bellini ne fu vivamente scosso e rattristato. La sincerità della perdita si tradusse nell’espressione commossa del compianto cristiano che pervade la Messa da Requiem alla memoria di Bellini, composta nell’autunno del 1835. Una partitura memorabile per i versetti alternati tra canto e polifonia, composta in risposta all’appello di Papa Gregorio XVI per il ridimensionamento dell’abuso della musica operistica durante le funzioni religiose e che rivela una fede forte e sincera di Gaetano rispetto alla pomposità verdiana verso questa materia. Un Requiem che fu scritto nel 1835, ma eseguito per la prima volta in S.Maria Maggiore a Bergamo il 28 aprile 1870, nella quale Donizetti aveva messo impegno, come rivelano le sue parole: “…io ho molto da fare, ma un’attestazione d’amicizia al mio Bellini va avanti a tutto”.
Un ricordo ed un impegno per l’amico o per il rivale? La questione è ancora aperta e la sentenza definitiva spetta alla musica e alla proposta del Bergamo Musica Festival che ha visto in scena domenica 12 ottobre e martedì 15 I puritani e che presenterà il Marin Faliero il 31 ottobre (ore 20.30) e il 2 novembre (ore 15.30).
Un’edizione, quella de I puritani, che ricorderemo soprattutto per la strepitosa voce di Jessica Pratt nella parte di Elvira e per le belle sfumature scure di Roberto Accurso (Riccardo) ed Enrico Giuseppe Iori (Valton), ma il capitolo è ancora aperto con il prossimo Marin Faliero!