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Donizetti “Fratello d’Italia”: il tema del Bergamo Musica Festival 2011

Viva V.E.R.D.I.» a significare «viva Vittorio Emanuele Re d’Italia» sono forse le parole più celebri legate al Risorgimento italiano e ai sostenitori di Garibaldi e dei Savoia che combatterono lungo lo stivale per ricucire un territorio frammentato e farne una nazione. Questo è il primo slogan che corre al pensiero in merito all’unità d’Italia, ma il Bergamo Musica Festival 2011 ci soprende e sceglie come titolo Donizetti “Fratello d’Italia”.
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Luci e ombre dell’anima femminile ne la Locandiera di Elena Bucci al Teatro Donizetti


Perché una donna non può realizzare il suo desiderio di autonomia fondandosi sulla sua capacità lavorativa e sull’indipendenza dei sentimenti? Quanto ancora durerà l’illusione di una felicità costruita sulla ricchezza e sul benessere? Cosa significa accogliere davvero i viaggiatori del mondo? Svelare le illusioni d’amore ci rende più forti e felici o ci consegna ad un’inestinguibile nostalgia? E quanto ci protegge dal dolore? Quanto osservare con spietata ironia i limiti nostri ed altrui ci aiuta a perdonare e ad accettare? E’ questo l’universo di pensieri che La Locandiera di Elena Bucci lascia aperti dopo la rappresentazione vista al Teatro Donizetti come secondo appuntamento della Stagione di Prosa 2011 (fino a domenica 16 gennaio).
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Goldoni e il crepuscolo di un’epoca

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E’ una Verona che guarda dritta a Venezia quella dove prende vita ne “I due gemelli veneziani”: la commedia scritta da Carlo Goldoni nel 1747 in scena al Teatro Donizetti di Bergamo dal 10 al 15 marzo per la Stagione di Prosa 2009. Un testo che Goldoni scrisse giocando sull’ idea del doppio: quello dei due fratelli gemelli Zanetto e Tonino(interpretati dallo stesso attore), quello che sta alla base dell’essenza del Teatro racchiusa nell’essere e non essere allo stesso tempo, quello della vita e della morte che per la prima volta si concretizza sulla scena goldoniana. Una vicenda dai molti intrecci che la regia di Antonio Calenda per la coproduzione di Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia e Noctivagus Produzioni Teatrali, interpretata da Massimo Dapporto, rende in modo efficace. L’atmosfera degli anni di metà Settecento, pervasa ancora dall’ironia leggiadra del rococcò eppure contaminata dall’annuncio delle nevrotiche inquietudini di fine secolo, con la conclusione del fasto veneziano ben si traspone grazie a raffinati rimandi iconografici e ambientali. Le radiose scene di Pier Paolo Boleri e i preziosi costumi di Elena Mannini rimandano agli affreschi che Giovan Battista Tiepolo e il figlio Gian Domenico misero in opera per Villa Valmarana (1791) e la sua forestieria. I personaggi si dispiegano sul palcoscenico con lo stesso incedere delle figure ritratte nella Promenade e ancora ne il Nuovo Mondo. Il controluce abbacinante delle bianche architetture che fanno da quinte, rese inaspettatamente interattive dagli attori che fisicamente le spostano ad ogni cambio di quadro, sono la traduzione in scena delle bianche architetture veronesiane de La Cena a Casa di Levi e di quelle in pietra bianca delle ville palladiane. Arlecchino invece fa il suo ingresso accompagnato da un bagaglio ricoperto con l’immagine di un celebre dipinto di Canaletto, mentre i broccati e le sete degli abiti ci portano nelle delicate cromie delle toilette custodite in Palazzo Mocenigo (Museo del Costume a Venezia). Massimo Dapporto appare in scena ingobbendosi come la caricatura a china che Rosalba Carriera fece allo storico Zanetti e la Rosaura di Alessandra Raichi è abbigliata e acconciata come la Dama con parrocchetto che G.B. Tiepolo dipinse per la Zarina di Russia in una celebre serie di ritratti femminili. Arlecchino, Brighella e Colombina sono le maschere di un’età che sta finendo (quella dell’ingenuo Tonino) a favore dell’avanzare del mondo scaltro e borghese di Zanetto, che sopravvive infatti proprio all’ingenuo gemello. Tutto incede come gli enigmatici personaggi dell’opera di Tiepolo che camminano verso qualcosa di sospeso, verso il finire di una giornata, verso il crepuscolo di un percorso e, forse, della vita stessa.

Sior Todero Brontolon capolavoro goldoniano

todero1_bisQuando Giulio Bosetti appare in scena nei panni di Sior Todero Brontolon nell’opera di Carlo Goldoni, in scena al Teatro Donizetti dal 9 al 14 dicembre nell’ambito della Stagione di Prosa, le sue sembianze sembrano quelle del celeberrimo Innocenzo X di Bacon: seduto, attraversato da una luce fiammeggiante proveniente dal basso, e avvolto in toni scuri. Negli abiti terrosi che lo fanno sembrare non solo vecchio ma “già quasi sepolto” (come notava un preparato collega della stampa in sala) Sior Todero sferza tutti con il suo essere determinato, con le sue frasi taglienti e il suo piglio tirannico, ma si lascia alle spalle anche un sapore di amarezza malinconica, caratteristica di chi ha osservato molto della vita. Un insieme che sposa il carattere burbero e duro dal protagonista a sfumature più umane e universali che portano lo spettatore a non odiare, o non riuscirvi del tutto, questo vecchio veneziano.
L’interpretazione di Bosetti è efficace e asciutta, scarna, capace di rendere realtà in scena le note di Carlo Goldoni che scrisse: “Todero in questa commedia non è brontolon solamente, ma avaro e superbo. L’avrei potuto chiamare o Il superbo o L’avaro, ma come la sua superbia consiste solamente nel comandar con durezza a’ suoi dipendenti, e la sua avarizia è accompagnata da un taroccare fastidioso, ho creduto bene d’intitolarlo dal difetto più modesto, ch’è Il brontolone, o sia Il vecchio fastidioso.”
Il ruolo del protagonista è dunque ben reso da Bosetti, ma da sottolineare è tutto l’insieme composto dalla positiva regia di Giuseppe Emiliani e che vede Francesco Migliaccio nei panni di Pellegrin, Nora Fuser come Marcolina, Federica Castellini come Zanetta e Roberto Dilani nel ruolo di Desiderio.
Scura e non vezzosa la scelta delle scene di Nicola Rubertelli con la stanza di Sior Todero che sembra rimandare anche alcuni luoghi legati alla giustizia di Palazzo Ducale a Venezia, ma allo stesso tempo i cinematografici interni scelti per il famoso film “Il Mercante di Venezia” con Pacino.
Filologicamente corrette le scelte cromatiche delle stoffe volute per i costumi da Carla Ricotti che spaziano dai cangianti e molteplici bordeaux alla Fra Galgario, ai verdi e rosa di Longhi, come ai neri della pittura di genere veneziana tanto amata per la rappresentazione di scena di vita reale e ampiamente visibile ad esempio nelle collezioni della Fondazione Querini Stampalia.
Positivo questo Sior Todero Brontolon che fa della coerenza il valore aggiunto per la realizzazione di un testo che, come scrisse ancora Goldoni, : “Ha tutta la sua morale nell’esposizione di un carattere odioso, affinché se ne correggano quelli che si trovano, per loro disgrazia, da questa malattia attaccati”.