Quando una madre uccide suo figlio

18 Maggio 2008

In Solstizio d’inverno edito da Il Filo O.D. Maestroni racconta il delirio di una madre che ha ucciso il proprio unico figlio di sei anni e per tale ragione vive rinchiusa in una casa di cura. Una donna non del tutto padrona delle proprie facoltà mentali già prima della gravidanza, ma la cui mente si perde del tutto proprio a causa della maternità. Una depressione che diventa follia vieppiù che il figlio cresce e si distacca dalla madre, la quale, invece, resta morbosamente attaccata al figlio, fino a sperare che il membro virile di lui si faccia adulto e la penetri…

Una donna, quella protagonista del romanzo breve di Maestroni (53 pagine in tutto), in preda al delirio di onnipotenza, delirio costantemente alimentato da un fanatismo religioso privo di ottimismo.

Una donna verso cui l’autore non dimostra un briciolo di simpatia o comprensione. Fissata per sempre nel suo gesto tragico, l’autore ne seppellisce le motivazioni sotto una filtra coltre di parole che tentano di riprodurne l’alterazione mentale.

Una madre tanto distante da ciò che comunemente si intende per “amore materno” che può arrivare ad ammettere di avere odiato la propria creatura dal momento stesso in cui è stata generata.

Un romanzo, quello di Maestroni, di non facile lettura, sia per lo stile di scrittura (tutt’altro che colloquiale), sia per i contenuti forti quanto, purtroppo, tragicamente attuali, verso, però, i quali si tende a una forma di rimozione collettiva.


La casa dei matti

29 Luglio 2007

Non me lo ricordoNella casa dei matti non esiste differenza tra passato, presente e futuro in ragione del fatto che tale distinzione non esiste nella mente dei matti, per i quali il tempo è una compresenza continua.
L’assenza di un divenire cronologico sia nella mente dei matti, sia nelle strutture che li ospitano, ha spinto la psichiatra Maria Luisa Agostinelli a scrivere un libro (bellissimo) nel quale il divenire non esiste: tutto è, per sempre. Non me lo ricordo (edito da Moretti & Vitali), infatti, avendo come protagonisti i matti che l’autrice segue come terapeuta, “procede” nel racconto sommando dettaglio a dettaglio in un quadro che si allarga vieppiù sotto lo sguardo del lettore. È come se l’autrice compisse semplicemente una carrellata con una serie di zoomate, piuttosto che raccontare una storia sfogliandone le pagine (o aggiungendone di nuove).
Le similitudini con il cinema in Non me lo ricordo non finiscono qui: leggendo il libro si ha come l’impressione di essere di fronte a una sceneggiatura cinematografica: le scene-paragrafi sono brevissime, gli ambienti abbozzati (non è raro che vi sia solo l’indicazione del nome del luogo o se esso sia un interno o un esterno), molte le citazioni da altri film (come usa in certo cinema d’oggi) e i dialoghi sono essenziali. Un effetto che prende subito il lettore: una brevità che lo coinvolge e trascina in una sorta di danza sincopata… matta, si vorrebbe dire. Leggi il seguito di questo post »