Mosaico di bellezza e cultura per la festa di S.Alessandro a Bergamo
“Ricostruire un mosaico di bellezza e di ricchezza” : sono queste le parole scelte da Luigi Ceccarelli, direttore Artistico della Stagione di Prosa del teatro Donizetti, per presentare la prima edizione della rievocazione storica della Passione di sant’Alessandro Martire Patrono di Bergamo in programma il prossimo 29 agosto.
Nell’ambito delle Celebrazioni del Santo Patrono di Bergamo, la domenica successiva alle manifestazioni del 26 agosto, si svolgerà infatti uno spettacolare Corteo Storico in costume che ripercorrerà la vicenda del Santo Patrono e Martire, e attraverserà Bergamo con ricostruzioni teatrali delle varie tappe della sua passione.
Una rievocazione storica che coinvolgerà tutta la città e dalla quale nascerà una processione religiosa serale che terminerà nel Duomo di Città Alta: “Una festività identitaria di richiamo – ha spiegato mons. Maurizio Gervasoni, delegato vescovile, nell’ambito della conferenza stampa – che affonda le sue radici in antiche tradizioni, non dissimile da altri eventi che costituiscono la ricchezza di altrettanti comuni”.
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Può l’amore vincere sulla carriera?
Può l’amore vincere sulla carriera? Sì, nella sua celebre, lucida, cinica eppure divertente commedia L’Appartamento: il grande Billy Wilder dà una risposta affermativa pur mettendo a nudo una società e un mondo del lavoro basati sull’ambizione, il denaro e la costante ricerca di un miglioramento sociale.
I “piccoli disagi” diventano però “grandi rinunce”, quando si parla d’Amore, e allora ecco libero spazio al lieto fine in barba ai soldi, alla carriera e al successo.
Nella memoria di tutti noi L’appartamento è prima di tutto il film interpretato nel 1960 da Jack Lemmon e Shirley MacLaine, vincitore di 5 premi Oscar, e diretto dallo stesso Billy Wilder autore del testo drammaturgico insieme a I.A.L. Diamond.
In scena il contabile C.C. Baxter, detto “Ciccibello”, impiegato in una grossa compagnia di assicurazioni americana, riesce ad accattivarsi le simpatie dei dirigenti della sua azienda affittando loro, per scappatelle extraconiugali, il piccolo appartamento dove vive. Tutto procede felicemente finché Baxter non si innamora di Fran Kubelik, graziosa lift-girl, una delle signorine in uniforme che manovrano i grandi ascensori del palazzo aziendale. Presto scopre che Fran è l’amante del capo del personale, Jeff D. Sheldrake, il quale, dietro consiglio di un collega, si rivolge proprio a lui per ottenere, a sua volta, l’uso dell’appartamento. Continua a leggere…
Goldoni e il crepuscolo di un’epoca

E’ una Verona che guarda dritta a Venezia quella dove prende vita ne “I due gemelli veneziani”: la commedia scritta da Carlo Goldoni nel 1747 in scena al Teatro Donizetti di Bergamo dal 10 al 15 marzo per la Stagione di Prosa 2009. Un testo che Goldoni scrisse giocando sull’ idea del doppio: quello dei due fratelli gemelli Zanetto e Tonino(interpretati dallo stesso attore), quello che sta alla base dell’essenza del Teatro racchiusa nell’essere e non essere allo stesso tempo, quello della vita e della morte che per la prima volta si concretizza sulla scena goldoniana. Una vicenda dai molti intrecci che la regia di Antonio Calenda per la coproduzione di Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia e Noctivagus Produzioni Teatrali, interpretata da Massimo Dapporto, rende in modo efficace. L’atmosfera degli anni di metà Settecento, pervasa ancora dall’ironia leggiadra del rococcò eppure contaminata dall’annuncio delle nevrotiche inquietudini di fine secolo, con la conclusione del fasto veneziano ben si traspone grazie a raffinati rimandi iconografici e ambientali. Le radiose scene di Pier Paolo Boleri e i preziosi costumi di Elena Mannini rimandano agli affreschi che Giovan Battista Tiepolo e il figlio Gian Domenico misero in opera per Villa Valmarana (1791) e la sua forestieria. I personaggi si dispiegano sul palcoscenico con lo stesso incedere delle figure ritratte nella Promenade e ancora ne il Nuovo Mondo. Il controluce abbacinante delle bianche architetture che fanno da quinte, rese inaspettatamente interattive dagli attori che fisicamente le spostano ad ogni cambio di quadro, sono la traduzione in scena delle bianche architetture veronesiane de La Cena a Casa di Levi e di quelle in pietra bianca delle ville palladiane. Arlecchino invece fa il suo ingresso accompagnato da un bagaglio ricoperto con l’immagine di un celebre dipinto di Canaletto, mentre i broccati e le sete degli abiti ci portano nelle delicate cromie delle toilette custodite in Palazzo Mocenigo (Museo del Costume a Venezia). Massimo Dapporto appare in scena ingobbendosi come la caricatura a china che Rosalba Carriera fece allo storico Zanetti e la Rosaura di Alessandra Raichi è abbigliata e acconciata come la Dama con parrocchetto che G.B. Tiepolo dipinse per la Zarina di Russia in una celebre serie di ritratti femminili. Arlecchino, Brighella e Colombina sono le maschere di un’età che sta finendo (quella dell’ingenuo Tonino) a favore dell’avanzare del mondo scaltro e borghese di Zanetto, che sopravvive infatti proprio all’ingenuo gemello. Tutto incede come gli enigmatici personaggi dell’opera di Tiepolo che camminano verso qualcosa di sospeso, verso il finire di una giornata, verso il crepuscolo di un percorso e, forse, della vita stessa.
La Famiglia: ironico sguardo sul mondo
E’ uno spettacolo che attiva i cinque sensi La Famiglia: lo spettacolo del sanpietroburghese Teatr Licedei, andato in scena il 7 e l’8 marzo per la Rassegna Altri Percorsi della stagione di prosa del Teatro Donizetti. Il gioco sottile e coinvolgente è attivato dai personaggi – clown attraverso una serie di stimoli uditivi grazie a ritmi, rumori e citazioni musicali che vanno a spasso per tutto il ‘900; olfattivi per l’odore di borotalco e polvere dell’invecchiata casa russa piena di bimbi e cuore dell’azione teatrale; tattili tramite l’interazione fisica tra pubblico e interpreti; di gusto con il sapore amaro di una vita che costringe i membri de La Famiglia ad acrobazie allegoriche come nella scena del padre che, alcolizzato, in modo strampalato cerca di bere della Vodka; visivi e cromatici in un caleidoscopio di combinazioni efficaci. Proprio il dato visivo è sollecitato con colti rimandi iconografici che impregnano da sempre la cultura russa, non ostentati eppure ben presenti, per un all’allestimento che cita le macchine assurde e fantasiose del dadaismo (nel monopattino di uno dei pargoli), le stampe giapponesi che arrivarono attraverso i quadri impressionisti acquistati dai mercanti russi e presenti sulle pareti del soggiorno, i sofisticati giochi di ombre cinesi, i manichini, i visi truccati che rimandano alla dimensione circense di Toulouse Lautrec e Picasso. Richiami all’Europa per uno spettacolo ben ancorato alle sue radici russe riproposte negli oggetti quotidiani: immancabile il telefono, la stampa con i ritratti alle pareti, il lampadario decorato con uno sgualcito centrino lavorato ad uncinetto. Un ambiente russo per una storia capace di coinvolgere il pubblico internazionale attraverso le acrobazie, i gesti, le espressioni di questi clown capaci di trascinarci nelle malinconie e nelle ironie della vita, offrendoci un punto di vista altro, diverso, quello di chi è sempre in sbieco, di chi segue un altro ritmo, di chi osserva e rielabora, di chi in fondo è ancora capace di pensare, sperare, sorridere. In tournée in Europa e in Italia la prossima stagione. Info: www.licedei.com.
Rain: libertà ancestrale
Si apre con la dolcezza lieve delle «veline» che piovono dall’alto l’anteprima nazionale di Rain, lo spettacolo andato in scena il 6 gennaio al Teatro Donizetti per la Stagione di Prosa 2009, allestito dal canadese Cinque Eloize. Fogli colorati che scendono dall’alto e si fanno sileziosi messaggi dal cielo, da quel cielo a cui è dedicata l’intera Trilogia del Cielo del regista svizzero Daniele Finzi Pasca.
Rain, spettacolo raffinato e malinconico, completa la Trilogia: ciclo in sottile equilibrio tra circo e teatro. Uno spettacolo che si colloca tra la migrazione fisica ed estetica di Nomade e la Nebbia che rende evanescenti cose, persone, pensieri, ricordi, visto a Bergamo lo scorso anno.
Rain aleggia alla rincorsa di una sensazione lontana, tra emozioni recondite e primordiali: così come primordiale è l’acqua, il liquido, la vita della quale l’acqua stessa è immagine e sinonimo nella cultura classica e in quella orientale. Acqua-pioggia che apre e chiude il cerchio dello spettacolo, il cerchio della vita, genera emozione. La magia avviene nel ricordo di un temporale d’estate, capolavoro della scena finale, nell’impressione ancestrale di un’euforia lontana, ludica, quasi infantile, assolutamente libera e :“questa è la libertà” sono proprio le parole pronunciate da Ashley Carr nel prologo.
In Rain l’acrobazia si fa danza, le arti si liquefano e si fondono. Vi sono rimandi alla storia del teatro e alla storia dell’arte: ai rossi e alle ironie di Toulouse Lautrec, alle atmosfere surreali di Magritte con il primo quadro del secondo atto e l’uomo con valigia che si staglia su un fondale di nuvole. Nuvole che aprono e chiudono lo spettacolo in una serie di raffinate corrispondenze interne all’opera, aprendosi poi nello scorrere della pioggia e delle emozioni finali, in una sorta di “tutto scorre” alla Eraclito, che fluisce come le ironie, i sorrisi, le malinconie, gli incontri della vita.
Vita che è punto di fusione tra corpi definiti nelle proprie facoltà fisiche ed espressive, esaltati dalla luce che batte chiara rendendo i muscoli d’alabastro. Anatomie del corpo e dell’anima narrate dalla musica e dal ritmo morbido del pianista: un vero personaggio che, di spalle e in abito scuro, conduce lo scorrere dei quadri più incisivi fino al punto in cui i linguaggi si disfano e allentano la propria consistenza, lungo i bordi del non-finito, al crocevia tra danza e tecniche circensi, sull’orlo del sogno.
Sior Todero Brontolon capolavoro goldoniano
Quando Giulio Bosetti appare in scena nei panni di Sior Todero Brontolon nell’opera di Carlo Goldoni, in scena al Teatro Donizetti dal 9 al 14 dicembre nell’ambito della Stagione di Prosa, le sue sembianze sembrano quelle del celeberrimo Innocenzo X di Bacon: seduto, attraversato da una luce fiammeggiante proveniente dal basso, e avvolto in toni scuri. Negli abiti terrosi che lo fanno sembrare non solo vecchio ma “già quasi sepolto” (come notava un preparato collega della stampa in sala) Sior Todero sferza tutti con il suo essere determinato, con le sue frasi taglienti e il suo piglio tirannico, ma si lascia alle spalle anche un sapore di amarezza malinconica, caratteristica di chi ha osservato molto della vita. Un insieme che sposa il carattere burbero e duro dal protagonista a sfumature più umane e universali che portano lo spettatore a non odiare, o non riuscirvi del tutto, questo vecchio veneziano.
L’interpretazione di Bosetti è efficace e asciutta, scarna, capace di rendere realtà in scena le note di Carlo Goldoni che scrisse: “Todero in questa commedia non è brontolon solamente, ma avaro e superbo. L’avrei potuto chiamare o Il superbo o L’avaro, ma come la sua superbia consiste solamente nel comandar con durezza a’ suoi dipendenti, e la sua avarizia è accompagnata da un taroccare fastidioso, ho creduto bene d’intitolarlo dal difetto più modesto, ch’è Il brontolone, o sia Il vecchio fastidioso.”
Il ruolo del protagonista è dunque ben reso da Bosetti, ma da sottolineare è tutto l’insieme composto dalla positiva regia di Giuseppe Emiliani e che vede Francesco Migliaccio nei panni di Pellegrin, Nora Fuser come Marcolina, Federica Castellini come Zanetta e Roberto Dilani nel ruolo di Desiderio.
Scura e non vezzosa la scelta delle scene di Nicola Rubertelli con la stanza di Sior Todero che sembra rimandare anche alcuni luoghi legati alla giustizia di Palazzo Ducale a Venezia, ma allo stesso tempo i cinematografici interni scelti per il famoso film “Il Mercante di Venezia” con Pacino.
Filologicamente corrette le scelte cromatiche delle stoffe volute per i costumi da Carla Ricotti che spaziano dai cangianti e molteplici bordeaux alla Fra Galgario, ai verdi e rosa di Longhi, come ai neri della pittura di genere veneziana tanto amata per la rappresentazione di scena di vita reale e ampiamente visibile ad esempio nelle collezioni della Fondazione Querini Stampalia.
Positivo questo Sior Todero Brontolon che fa della coerenza il valore aggiunto per la realizzazione di un testo che, come scrisse ancora Goldoni, : “Ha tutta la sua morale nell’esposizione di un carattere odioso, affinché se ne correggano quelli che si trovano, per loro disgrazia, da questa malattia attaccati”.
E’ stato un vero caleidoscopio poliedrico Paolo Poli sul palcoscenico del Teatro Donizetti di Bergamo, il 17 marzo, con il suo spettacolo volto alla scoperta dei Sillabari di Goffredo Parise.